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giovedì 10 aprile 2008

MA PERCHE' IL TG1 NON MANDA ME AL POSTO DELLA MAGGIONI A INTERVISTARE IL MARITO DI INGRID BETANCOURT IN COLOMBIA?

Ieri sera, tornato a casa dalla bella presentazione di “Sotto pressione”, libro sulle violazioni della libertà d’informazione in Colombia, ho accesso distratto la televisione prima di andare a dormire. E mi sono imbattuto su un servizio del Tg1 di Monica Maggioni da Bogotà. Mi sono immediatamente domandato che cosa ci facesse la Maggioni – di solito inviata di guerra (tendenzialmente embedded) in Medio Oriente – in un paese del Sudamerica, di cui non mi risultava fosse specialista.
In ogni caso il servizio consisteva di fatto in un’intervista al marito di Ingrid Betancourt. La domanda principale dell’intervista era se Ingrid Betancourt avesse mai – nei sei anni di prigionia – fatto avere sue notizie al consorte. Domanda alla quale, il marito della Betancourt ha risposto con molto cortesia ricordando la lettera della moglie dello scorso novembre - lettera che in Italia è stata addirittura pubblicata da un editore come Garzanti (mica Kaos Edizioni o Derive Approdi). Ma d’altronde la Maggioni perché mai avrebbe dovuto esserne a conoscenza: in fondo era soltanto inviata speciale in Colombia!
Ma al di là di questo mi domando: cosa voleva sentirsi rispondere alla sua bella domandina la fulva inviata del Tg1? Forse che Ingrid manda ogni giorno dalla selva messaggini con scritto TVTB al marito?
Che razza di domanda è chiedere al marito di una persona sequestrata da 6 anni se riceve direttamente notizie dalla consorte? Che notizie potrà mai ricevere? C’è bisogno di spendere copiose quantità di denaro pubblico per mandare in Colombia una giornalista che nulla sa di Colombia a fare domande così cretine? Soprattutto perché mandare lei quando in realtà la Rai avrebbe degli altri validissimi giornalisti come Silvestro Montanaro (che recentemente ha realizzato uno stupende reportage dal paese andino) o Raffaele Fichera, corrispondente a Buenos Aires?
Quanti di noi avrebbero potuto fare un lavoro più valido, rivolgendo domande più sensate al consorte della Betancourt, della rampante prima donna del Tg1?

Ancora una volta a chi giova quest’informazione sciatta e superficiale su un argomento complesso e difficile come la guerra civile colombiana? A che gioco gioca il mediocrissimo Tg1 di Gianni Riotta?

Magari qualcuno un po' più maligno di me, una risposta a questo interrogativo ce l’avrebbe anche...

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mercoledì 2 aprile 2008

ROM, FOLGORATI SULLA VIA DI DIONIGI

Vi ricordate Andrea Galli, il cronista del Corriere (di cui abbiamo parlato qui settimana scorsa) che inventava di sana pianta l’esistenza di masse inferocite di cittadini della Bovisa contro la presenza dei Rom in quartiere?
Bene oggi, sempre sul Corriere, il buon Galli scrive due articoletti mielosi in cui si intenerisce per la misera sorte dei poveri Rom, costretti ad emigrare di campo in campo da anni, sotto l’azione delle ruspe e della polizia. Folgorato sulla via di Damasco? No, folgorato sulla via di Dionigi. Ovviamente Dionigi Tettamanzi, l’arcivescovo di Milano, che ieri ha scritto una nota durissima contro lo sgombero definitivo del campo Rom di via BovisaSca, parlando esplicitamente di violazione dei diritti umani e non facendo rimpiangere ai cittadini milanesi, una volta tanto, il buon vecchio cardinal Martini, “pre-pensionato” anni fa’ dal Vaticano, con il solito promeatur ut amoveatur.
E allora il buon Galli, con la coda tra le gambe, si adegua. E abbandona Salvini per salvarsi l’anima – o meglio la patente di ateo-devoto, fondamentale in Italia per far carriera. Tutto questo però ha un nome preciso: Ipocrisia. Ed anche lautamente pagata. Ma fintanto che la diocesi di Milano, mantiene un po’ di indipendenza da Ratzinger e Ruini e condanna lo squallore della politica di De Corato e soci, forse è meglio così.


P.s. Un’altra chicca dal Corriere. A pag 20, a fianco dell’articolo di Galli, Elvira Serra intervista il filosofo Reale, il quale afferma, a proposito della questione Rom, che bisogna farla finita con il buonismo, perché tanto con i Rom non c’è alcuna possibilità di "communicatio idiomatum". A, Professò, ma se per una volta abbandona il "latinorum" e l’iperuranio e viene a dare un’occhiata di persona al Campo Rom? Guardi, non dubito che con tutti i suoi titoli accademici, vedendo le cose di persona come Galileo nel cannocchiale, magari possa capire qualcosa in più anche lei…

P.p.s L’ottimo intervento della Curia milanese ha avuto il suo effetto nel Belpaese dei baciapile: lo sgombero della Bovisasca è finito in prima pagina sul Corriere ed è stato sviscerato dall’Avvenire, da Repubblica ecc..... E tutti hanno cambiato accento, passando dall’indignato all’accorato.

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martedì 1 aprile 2008

IL CORRIERE DELLA SERA E IL RAZZISMO CONTRO I ROM

Lo so, la notizia è vecchia, ma io ne sono venuto a conoscenza solo ieri, mente cercavo un link per il post sullo spettacolo dell’artista Rom Dijana Pavlovic organizzato dalle associazioni della Bovisa per stasera, 1 aprile (senza peraltro trovarlo). Ed è in questo modo che mi sono imbattuto in questo tutt’altro che meritorio articolo del Corriere, che parla della candidatura di Dijana alle prossime elezioni nelle fine della Sinistra Arcobaleno, in questi termini:

“Dopo la pornostar Cicciolina, il transgender Luxuria, arriva una nuova candidatura provocatoria per il parlamento italiano: la zingara”.

L’articolo, a firma Nino Luca, dopo questa “sfolgorante” apertura prosegue con una sfilza di banalità, luoghi comuni e stereotipi razzisti («31 anni, non ha figli. Strano per una rom») che rispiarmo al lettore – ma se qualcuno ha voglia di deliziarsi con queste genere di volgarità, trova il pezzo a questo link.

Non vorrei far la parte del polemico o di quello che se la prende a priori con la stampa mainstream, (ne tantomeno difendere la Pavlovic per partigianeria o amicizia), ma quale definizione trovereste voi per la frase di cui sopra, se non “razzismo”? E soprattutto è degno un articolo di tale fatta di essere pubblicato sull’homepage del Corriere per ore, come è avvenuto una ventina di giorni fa’? Cui prodest quest’informazione biecamente e torbidamente razzista?

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venerdì 21 marzo 2008

ROM, IL CORRIERE DELLA SERA FA PALESE E IRRESPONSABILE DISINFORMAZIONE

Lettera aperta pubblicata su "Il Manifesto" (edizione milanese) di oggi, 20 marzo 2008.


Nell’edizione di ieri, giovedì 20 marzo, sezione Cronaca di Milano, il Corriere della Sera sceglie deliberatamente e spudoratamente di fare disinformazione relativamente allo sgombero (in realtà “allegerimento” ) del campo Rom di via Bovisasca, andato in scena l'altro ieri mattina (19 marzo) alle prime luci dell’alba.
Nell’imbarazzante articolo, a firma Andrea Galli, si scrive testualmente che: «i residenti della Bovisa, preparatisi dall'alba alla massiccia offensiva, tornano a casa mogi mogi»


Chi scrive - insieme ad altri cittadini del quartiere – era presente e può testimoniare che durante le varie fasi dello sgombero (che sgombero fortunatamente non è stato) non era presente pressoché nessun residente del quartiere favorevole alla rimozione del campo. Erano invece presenti – questo sì – diversi degli abitanti della Bovisa riunitisi responsabilmente la sera prima presso la biblioteca della zona, per trovare soluzioni partecipate e sostenibili al problema della presenza di centinaia di cittadini Rom su un territorio da oltre trent’anni altamente contaminato.

Andrea Galli per motivi non dichiarati – ma facilmente intuibili – decide di travisare completamente la realtà, inventando di sana piana fatti mai avvenuti. Inoltre si concede il vezzo di infiorettare sulla dolorosa vicenda, ricamando intorno ad un vecchietto (di cui si tace ovviamente il nome e del quale non è pertanto assolutamente dimostrabile l’esistenza) che sarebbe stato platealmente disgustato dal “finto sgombero” – per chi volesse un saggio delle indiscutibili doti affubulatorie del cronista del Corriere, è possibile leggere l’articolo a questo link.

Per chi scrive non è difficile individuare a che gioco stiano giocando il Corriere e il suo cronista Andrea Galli. E’indubitabile che il “prodotto” Rom=cattivo/minaccia alla sicurezza sia, allo stato attuale, infinitamente più vendibile e commerciabile dell’eventualità (auspicabile) di una pacifica convivenza tra cittadini Rom e cittadini italiani. Galli e il Corriere, consci di questa tristissima ma innegabile verità, scelgono di puntare sul cavallo vincente anche a costo di violentare la realtà dei fatti, anche a costo di inventare di sana pianta cose mai avvenute, anche a costo di mentire sapendo di mentire. E’ il loro il comportamento più riprovevole per un giornalista – un comportamento che dovrebbe causare ipso facto la radiazione dall’ordine dei giornalisti – ma è anche un comportamento che, in termini biecamente commerciali – paga e molto. A Galli e al Corriere non importa se così facendo si ingenerano spirali d’odio, si incita la gente allo scontro razziale, si tirano fuori a persone – forse altrimenti pacifiche – rancori, invidie, gelosie, in un corsa autodistruttiva verso il peggio. A Galli e al Corriere non importa nella misura in cui esasperare i toni equivale a vendere più copie. E’ il loro un comportamento che, da un punto di vista etico, merita solo disprezzo e riprovazione.

Se esiste come purtroppo esiste anche una Bovisa diffidente, non aperta al dialogo, paurosa – che si oppone alla Bovisa democratica, accogliente, antirazzista che rappresenta invece la bella novità di questi giorni – questa si è limitata solo alle raccolte di firme, alle petizioni e forse ora anche alle lettere di protesta ai giornali. Ma è rimasta al chiuso delle proprie case, non ha avuto - come difficilmente ha, pervasa di egoismo e individualismo com’è - il coraggio di manifestare apertamente le propri (fragili) idee. E pertanto ieri mattina, non era presente quando le ruspe entravano nella baraccopoli di Via Bovisasca. E’ rimasta passiva e marginale, mentre prevaleva – fortunatamente – l’altro lato, accogliente e solidale, dell’ex quartiere operaio della periferia Nord di Milano.

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mercoledì 16 gennaio 2008

LEZIONI DI DEMOCRAZIA


In una "zerbinosissima" intervista al "generalissimo" Mons. Bagnasco, andata in onda questa sera sul sempre libero ed indipendente - come da ferrea e riottesca tradizione anglosassone - Tg1, l'attuale presidente della Cei ha parlato di atto "anti-democratico" rispetto alle annunciate contestazioni contro la visita di Ratzinger all'università la Sapienza, che hanno causato, come noto, la rinuncia del pontefice ad inaugurare l'anno accademico dell'ateneo romano.

Si può ovviamente discutere a lungo sull'opportunità o meno delle contestazioni. Quello che però è sicuramente fuori discussione è che il Vaticano (nella persona di Ratzinger, Ruini, Bagnasco, Bertone o chi per loro), unico paese non democratico dell'intera Europa, possa dare lezioni di democrazia a chicchessia.

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sabato 12 gennaio 2008

PICCOLA NOTAZIONE SULL'IMMORALITA' DEI MEDIA ITALIANI


Piccola notazione sull’immoralità dei media italiani. Ieri il presidente della Camera Bertinotti, in visita in Sudamerica, ha visitato un pueblo joven di Lima, Huaycan. Per chi non li conoscesse,i pueblos jovenes sono le estreme periferie di Lima, aggregati urbani eufemisticamente chiamati “villaggi giovani”, formati da migliaia di baracche ammassate nella sabbia, spesso senza acqua, luce, strutture sanitarie e servizi di base.


Al di là delle diverse opinioni che si possono avere sul personaggio, credo che sia una cosa di cui andare orgogliosi il fatto che la terza carica del nostro paese abbia visitato un progetto di cooperazione italiana nel pueblo joven di Huaycan (similmente a quanto aveva fatto qualche giorno fa ad El Alto, in Bolivia), dimostrando così, durante questo suo viaggio ufficiale in Sudamerica, interesse non soltanto per le cancelliere, ma anche per la società civile in tutte le sue articolazioni.

Ma tutto questo ovviamente ai nostri media non interessa. Povertà ed esclusione sociale e, dall’altro lato, cooperazione e aiuti allo sviluppo sono temi che non bucano lo schermo. Ma a questo siamo abituati.

C’è una cosa però che - pur con tutta la buona volontà - non riesco davvero a sopportare. E’ questo infame braccare i personaggi italiani in visita nei paesi stranieri (per giunta nel sud del mondo) per chiedergli egoisticamente pareri inutili su italianissime questioni, mostrando così un insultante eurocentrismo e un disinteresse totale per le faccende al di fuori del nostro spicchio di mondo, frutto di un persistente e larvato colonialismo mentale.

Guardate quest’articolo. Porta in calce l’indicazione geografica Huaycan, ma poi non spreca una riga, dico una riga (!) per far sapere al lettore che razza di posto sia Huaycan e cosa Bertinotti ci sia andato a fare. Dall’articolo sembra che Bertinotti sia andato a visitare un pueblo joven solo per rilasciare dichiarazioni su questioni sindacali italiane! E’ morale secondo voi un giornalismo così? E’ morale braccare una persona in una baraccopoli del Sud del mondo, fottendosene allegramente del suo stato di baraccopoli, per far sapere al pubblico italiano delle trascurabili dichiarazioni su questioni che con quella baraccopoli non hanno assolutamente niente a che vedere?

Guardate la foto in alto e datevi una risposta. E, se vi viene voglia, spegnete la televisione.

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mercoledì 21 novembre 2007

RAI-MEDIASET: NUOVO MINCULPOP?

La notizia rimbalza da tutto il giorno sulla rete ed è finita pure nei telegiornali, seppure riportata con basso profilo, come chi sa che deve fare una cosa che non gli fa onore e preferisce liquidarla in tutta fretta.
Secondo quanto emerso dalle intercettazioni sul fallimento della Hdc, l’azienda dell’ex-sondaggista di Berlusconi Luigi Crespi, Rai e Mediaset nel bienno 2004-2005 facevano “gioco di squadra” e concordavano quali notizie mandare in onda e come indorarle ed ammorbidirle, per non far dispiacere all’ex-premier.
Ai molti esponenti dell’ex-opposizione – a quanto risulta dalle prima dichiarazioni lasciate in giornata - tutto questo è sembrato una patente violazione delle leggi anti-trust e della concorrenza. A chi scrive pare piuttosto la versione postmoderna del Min cul Pop, con veline a reti unificate e giornalisti addomesticati per non turbare i sonni del grande capo.
L’Italia non ha davvero più niente da invidiare neanche al Messico del duopolio Tv Azteca/Televisa.

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giovedì 15 novembre 2007

I VENTI AGENTI DELLA CIA A MILANO E LE FECI DI PERUGIA

Nel sempre delizioso ed approfonditissimo Tg2 delle 13, ci hanno comunicato oggi gli ultimi attesissimi dettagli del caso della ragazza inglese uccisa a Perugia. Siamo così venuti a sapere che potrebbe essere decisivo, secondo gli inquirenti, l’esame delle feci trovate nella toilette dell’ennesima, vespiana, casa degli orrori. Era un dettaglio che ovviamente non potevano tralasciare di dirci. A pranzo, oltrettutto.

Un tempo, all’epoca felice di “Un giorno in Pretura”, in tv andavano in onda i processi. Oggi vanno in onda addirittura le indagini – con tanto di false piste e giudizi sommari.
Ma mica tutte le indagini, ovviamente. Solo i casi che abbiano qualcosa di oscuro, perverso, indecente e scabroso perché - ci continuano a dire - al pubblico interessa solo quello
Così, per esempio, il fatto che altre indagini abbiano scoperto (in maniera peraltro inconfutabile) che, a qualche centinaio di metri da dove ora sto scrivendo, in una fresca mattina di febbraio di quattro anni fa, si aggirassero una ventina di agenti Cia per sequestrare un certo Abu Omar, nessun telegiornale ce lo ha mai raccontato nei dettagli. Perché quelle sono indagini scomode, che tirano fuori domande spinose come quelle che riguardano la sovranità dello stato italiano e della sua giustizia o la ridefinizione dei sui rapporti con il grande alleato a stelle a striscie… roba seria insomma che è meglio tacere e lasciar stare (e magari vietar per legge, previo ceppalonico decreto) per poter così tornare ad occuparsi di impronte sugli spazzolini da denti, macchie di sangue sul parquet e analisi del Ris di Parma. O anche, all’uopo, delle feci trovate in un bagno di Perugina.

Riuscite voi ad immaginare una definizione più calzante ed esatta per un giornalismo che ruota intorno a delle feci in un water di Perugia, di quella di “giornalismo di merda”?

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martedì 1 maggio 2007

DELL’ABIEZIONE (DELLA TV ITALIANA)

La giornalista che al Tg1 di ieri sera ha domandato ai genitori di Vanessa Russo, la ragazza morta ad opera di due ragazze romene a Roma, che pena ora s’aspettino per le assassine, quella giornalista merita solamente disprezzo e riprovazione. Ed un monumento alla scorrettezza deontologica.
Esattamente come il titolista del Tg2 che l’altro giorno ha titolato così un servizio inerente alla strage compiuta da un pirata della strada ubriaco di origine Rom: «Dolore e rabbia. Rom nel mirino». Fosse stato non dico padano, o veneto, ma semplicemente peruviano come è accaduto in un caso analogo di qualche mese fa, nessun telegiornale avrebbe titolato in quella maniera.
Gente come questa non fa giornalismo, istiga all’odio (razziale nel secondo caso).

Forse dopo il periodo berlusconiano, la televisione italiano è formalmente più libera, ma non è necessariamente migliore qualitativamente.
Basta dare un ‘occhiata al Tg2 di Mauro Mazza, dove la politica è sempre confinata in uno spazietto misero nella seconda parte del giornale, a causa di una politica di “emancipazione della cronaca” il cui obbiettivo non dichiarato è instillare una paura diffusa (che come si sa, da che mondo è mondo, spinge sempre a destra le masse silenziose) attraverso la descrizione stolidamente compiaciuta di ogni più minimo ed efferato particolare di ogni infimo caso di cronaca nera.
Così come basterebbe dare un’occhiata a che fine hanno fatto gli “epurati di Sofia” a un anno dalla vittoria del centrosinistra per rendersi conto delle condizioni attuali dell’azienda radiotelevisiva di Stato.
L’unico reintegrato a pieno servizio è Santoro – ma si badi bene, sotto minaccia di un provvedimento giudiziario. Biagi è tornato, ma confinato - dallo spazio in prime time sulla rete ammiraglia che aveva cinque anni fa - alla seconda serata del lunedì su Rai Tre.
Stessa sorte sul fronte dei comici per la Dandini, laddove invece Sabina Guzzanti o Luttazzi non sono mai stati reintegrati.
E poi ci sono i censurati di lunga data, come Grillo o Minà che dalla Rai erano già stati cacciati prima che ci arrivasse il biscione.


Ogni tanto mi commuovo guardando qualche videocassetta registrata negli anni ’80, vedendo prima e dopo il film pubblicità di film d’autore o di spettacoli teatrali in prima serata.
Oggi invece perfino un Fassino fa il suo outing a favore dei reality show. Per combattere lo strapotere della tv Berlusconi infatti non serve una legge sulle telecomunicazioni valida (cioè una legge diversa dalla Gentiloni), ma – continuano a ripeterci gli spin doctors del Centrosinistra - bisogna semplicemente vincere la gara degli ascolti con Mediaset portando la televisione di Stato al suo stesso livello ributtante. Di chi faccia il gioco una tale concezione lo possono capire tutti, tranne forse la nostra classe dirigente.
Ma consoliamoci, su Rai Uno c’è sempre Giannino Riotta che come dice Prodi tanto «piace a tutti». Forse – malgrado alcuni meriti innegabili come l’aver promosso il libro di Saviano – non proprio a tutti.

mercoledì 14 febbraio 2007

SERE NERE

E cosi sia: ieri sera il buon Vespa ha parlato in seconda serata del ritrovamento dei diari di Mussolini. Con due ospiti d’eccezione: Alessandra Mussolini e Marcello dell’Utri. Ed ecco subito venire fuori i lati inediti del Duce: il Duce non voleva la guerra, il Duce cercava di frenare Hitler. Gli storici in studio - invitati più per scrupolo di par condicio che per etica giornalistica - ripetevano che si tratta ormai di cose assodate, che anche il dittatore degenere che ci ha guidato per oltre vent’anni si accorgeva che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia era pronta a malapena a combattere la Prima di Guerra Mondiale. Ma nulla da fare: la costruzione del santino era incominciata. E così via, allora, con il flusso di coscienza della Mussolini che sciorinava i ricordi di famiglia del caro nonnino, il quale casualmente è stato anche uno dei peggiori tiranni del ‘900 nonchè l’uomo che ha portato alla rovina l’Italia.
A tenerle bordone Dell’Utri, a cui non pareva vero far dimenticare la sua condanna a 9 anni per associazione a delinquere di stampo mafioso, accreditando l’improbabile immagine di erudito filologo e storico. Dall’altro lato dello studio, peraltro, a completare il ritratto di “famiglia” in un interno, sedeva il senatore Andreotti il cui concorso esterno in associazione mafiosa non è mai stato smentito, ma solo prescritto.
Il tutto con buona pace di Don Puglisi, al quale era stata dedicata la prima serata, con la messa in onda del bel film di Roberto Faenza Alla Luce del Sole. Ma siccome bisogna imparare a convivere la mafia, ecco che par condicio è fatta: prima serata all’antimafia, seconda serata a Cosa Nostra.
E poi già che ci siamo, meglio imparare a convivere anche con i fascisti, nonni e nipoti(ne).


Niente male davvero per la programmazione serale della rete ammiraglia della Rai. Anche se a dire il vero, forse, è mancato un po’ di brio, un po’ di sano divertimento, qualche effetto in più per allietare gli spettatori del Bel Paese. Che so io, un’ entrata in studio degli ospiti dietro ai fasci littori o una conduzione di Vespa vestito da Balilla, od ancora, per cambiare versante, una mezza testa di cavallo mozza per Rita Borsellino, o un presidente della regione Sicilia con la coppola in testa (.....ooops mi sa che quest’ultima non è un idea molto originale…)

mercoledì 8 novembre 2006

L’IPOCRISIA DEI GIORNALISTI ITALIANI SUL VENEZUELA E SULL’AMERICA LATINA


Approfitto nuovamente di questo spazio per un altro sfogo-riflessione. Lo spunto di partenza è l’elezione di Panama a membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Fintanto che la sfida tra Venezuela e Guatemala era aperta i telegiornali nazionali e la carta stampata ci hanno coperto di servizi sulla questione. Giornalisti che non si sono mai occupati di Sudamerica hanno raccontato con accenti preoccupati del rischio che questo paese governato da un “caudillo che utilizza il proprio petrolio come arma di ricatto” (cfr. Giulio Borelli al Tg1) entrasse all’interno dei quindici. Poi quando il “pericolo” che il Venezuela potesse farcela è sparito e si è dato via libera alle mediazioni che hanno portato all’elezione di Panama, il fatto ha smesso di essere notizia, è scivolato via dai telegiornali ed è stato relegato alla dimensione di trafiletto o poco più sulla carta stampata.

La notizia della designazione di Panama è stata quasi ignorata dall’informazione televisiva. Tutto ciò merita qualche riflessione. Paradossale.

Nei mezzi di comunicazione di massa, ad onta di quello che si potrebbe pensare si parla molto di più dei paesi progressisti dell’America Latina che di quelli conservatori. Ma per parlarne male.

Chi scrive ha notato che gli unici due paesi le cui elezioni non siano state “coperte” dall’informazioni televisiva nostrana, tra i tanti interessati da tornate elettorali quest’anno, sono stati Colombia ed Ecuador. Guardacaso gli unici due nei quali ha vinto la destra – mettiamo tra parentesi l’indefinibile governo peruviano di Alan Garcia. Nel caso del primo infatti si sarebbe dovuto affrontare lo spinoso nodo dei paramilitari, nel caso del secondo parlare dei probabili brogli che hanno favorito il re delle banane Noboa. Meglio lasciar perdere. Per quanto riguarda il Messico, le cui elezioni anche solo per il peso politico ed economico del paese erano ineludibili, si è deciso di accettare la versione governativa e di non dar conto dei circa due mesi di controversie, seguiti alla consultazione elettorale.

Cosi finchè c’era l’occasione per parlar male del Venezuela, giù tutti a professare un pelosissimo interesse per le sorti del seggio latinoamericano del Consiglio di Sicurezza, salvo poi tornare alla consueta distrazione svanito il pericolo.

Chi scrive non è esente da critiche nei confronti di Chávez. L’abbracio fraterno nei confronti del presidente negazionista Ahmadinejad il leader della rivoluzione bolivariana poteva evitarlo, così come a volte potrebbe risparmiarsi certi eccessi populistici come i papponi filo-governativi propinati attraverso il domenicale programma televisivo Alò Presidente.

Ma qualunque giornalista onesto intellettualmente deve riconoscere che si tratta di dettagli folkloristici e secondari rispetto all’immane sforzo di giustizia sociale portato avanti dal governo di Caracas. Qualunque giornalista onesto dovrebbe riconoscere che il Venezuela non ha mai conosciuto un livello di giustizia, partecipazione, democrazia e pluralismo come in questi ultimi anni – pur nei limiti “fisiologici” di un paese prostrato da decenni di violenza e corruzione.

Invece i vari Romano, Riotta, Rampoldi preferiscono ricamare su questi aspetti secondari arrivando a descrivere il presidente (ed il governo) venezuelano come autoritario e dittatoriale. Gente che non si è mai interessata al Venezuela e ai suoi problemi pretende di dirci che oggi lo stato sudamericano è autoritario e dittatoriale.

Ma dov’erano questi signori alla fine degli anni ’80 quando il governo Pérez reprimeva nel sangue i cittadini venezuelani che scendavano in piazza a causa della crisi economica, durante il periodo del Caracazo, quando venivano soppressi tutti i diritti civili e si compivano massacri intollerabili? Come possono questi signori far finta di nulla e non riconoscere che nell’era chavista il paese ha conosciuto un incremento delle libertà civili e dei diritti umani come mai nella sua storia?

Perchè bisogna seguitare in quest’ipocrisia intollerabile e non dire le cose come stanno e cioè che certi giornalisti “liberal” del nostro bel paese più che alla sorte dei diritti umani e della democrazia in Venezuela (e nel resto dell’America Latina), sono attenti agli interessi economici italiani (e in particolare dell’Eni) colpiti dalle politiche di nazionalizzazione degli idrocarburi del governo di Caracas?

Perchè i mezzi d’informazione devono far finta di non vedere la “trave” delle violazioni sistematiche dei diritti umani di paesi come la Colombia, o quella delle frodi elettorali di Messico ed Ecuador ed enfatizzare invece la “pagliuzza” di singoli frasi o iniziative più o meno opinabili di governi democraticamente eletti (e pienamente democratici) come il Venezuela e la Bolivia?

Non farebbero più bella figura a dirlo apertamente che il loro scopo primario non è il rispetto dei diritti umani o della democrazia in Sudamerica, ma gli interessi di un pugno di multinazionali europee e statunitensi?

P.S. Si badi bene che ho tenuto appositamente fuori da questo discorso Cuba, che per i suoi deficit democratici e per la complessità della sua situazione non è immediatamente omologabile al resto del continente, pur essendo anch’essa esposta ad una campagna di “sovra-informazione fuorviante” identica a quella degli altri governi progressisti sudamericani.

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