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giovedì 11 settembre 2008

TRENTACINQUE ANNI DOPO

"Vale la pena morir por todo aquello sin lo cual no vale la pena vivir..."

L'aveva detto, a futura memoria. E non ha esitato al momento di farlo.
E' stato il più grande rivoluzionario della storia. Il primo a capire che, come ha scritto Eduardo Galeano, la libertad y la justicia marchan juntas o no marchan.

La sua lezione è ancora viva in tutta l'America Latina ribelle e in ogni altro angolo del pianeta in lotta. E andrà molto più in là dell'infamia che ne ha decretato la fine. -

mercoledì 7 maggio 2008

BOLIVIA, QUALCHE DOVEROSA PRECISAZIONE SUL REFERENDUM AUTONOMISTA DI SANTA CRUZ


L’ho letto pressochè in tutti articoli che nei giorni scorsi commentavano il referendum autonomista di Santa Cruz : la consultazione, che pur ha visto una gigantesca vittoria del Sì, non si tradurrà in nulla di concreto, perché il presidente Morales la considera illegale ed illegittima.

Questa vulgata l’ha riferita lunedì il Tg1, l’ha scritta Omero Ciai su Repubblica e l’ha ripresa perfino Peacereporter (per coprire tutto lo spettro politico). Ma l’hanno presa per buona pure altre decine di giornalisti di varia provenienza. E il motivo è abbastanza scontato. Hanno tutti consultato le stesse fonti.

Ora che a Morales e al suo governo il referendum non andasse a genio è fuori discussione. Ma il punto non è questo. A bocciare il referendum e a bollarlo come illegale ed incostituzionale non è stato il presidente indio, ma la Corte Nazionale Elettorale. Quest’ultima non può essere certo accusata di parzialità: il suo presidente Exeni non ha fatto cadere solo il referendum autonomista, ma anche quello sulla costituzione promosso dall’oficialismo, perché il giorno in cui quest’ultimo era stato convocato si erano verificati dei disordini all’entrata del Congresso, con il risultato di impedire ad alcuni parlamentari dell’opposizione di votare.

Tuttavia mentre Morales ha accettato di buon grado la decisione di Exeni e della Corte, gli autonomisti hanno deciso di andare avanti per la loro strada, dimostrando tutto il carattere eversivo della loro iniziativa politica.

Peraltro l’incostituzionalità della consultazione non è opinabile. Come ha spiegato ottimamente l’amico Anticap la legge boliviana impedisce l’istituzione di referendum a livello dipartimentale se questi riguardano temi d’interesse nazionale. E’evidente che la concessione dell’autonomia ad un’intera regione è un tema d’interesse nazionale che non può essere stabilito unilateralmente dalla regione in questione. Ed è ugualmente evidente che qui non contano le opinioni del signor Morales, ma le leggi dello stato boliviano. Ma questo per tanti sciatti giornalisti nostrani non conta alcunché.

Poi già che ci siamo sarebbe il caso di analizzare un po’ meglio i risultati della consultazione. Il sì ha vinto effettivamente con l’81%, ma anche con un tasso di astensionismo di quasi il 40%. Ipotizzando anche che parte degli astenuti avrebbero votato sì, è difficile immaginare una percentuale di favorevoli allo statuto autonomista superiore al 60%. E questo ridimensiona e non poco il trionfalismo di Marinkovic e Costas.

Infine vanno ricordati altri due o tre fatti che inficiano e non poco la credibilità del referendum:

a) Per la prima volta nella storia della democrazia boliviana (cioè dal 1982), parte delle operazioni di voto è stata privatizzata. La Corte Dipartimentale Elettorale di Santa Cruz, diretta da quel Mario Orlando Parada la cui moglie Maria Julia Gutierrez è nientemeno che la presidente della “sezione femminile” del Comitè Civico di Santa Cruz, primo organizzatore del referendum, ha infatti commissionato all’impresa di un certo Miguel Serrano (di recente sospeso nelle sue funzioni dalla Corte Elettorale Nazionale per alcuni problemi legati al suo lavoro) il compito di curare il sistema informatico di conteggio. E’ la prima volta che questo accade in Bolivia e prefigura – secondo molti –scenari “da Florida”.

b) La giornata elettorale è stata caratterizzata da continue segnalazioni di brogli soprattutto al Plan 3000 – un quartiere povero di Santa Cruz – dove alcuni contestatori legati al Mas, hanno ritrovato svariate urne piene di schede elettorali pre-votate, ovviamente a favore dell’autonomia (vedi video). Inoltre in molti hanno segnalato irregolarità nella gestione dei seggi, spesso aperti nonostante l’assenza del numero legale di scrutatori.

c) Infine più del 10% dei voti espressi domenica risulta composto da schede bianche o invalidate da quei comitati elettorali che – come ha scritto ieri Maurizio Chierici su “L’Unità” – non hanno nulla da invidiare alla «Bulgaria dei soviet e al Cile di Pinochet».

Secondo la redazione dell’agenzia di stampa Bolpress, che adduce una lunga serie di prove in un interessante reportage, è possibile parlare apertamente di frode elettorale. Della stessa opinione è il Ministro alla Presidenza del governo boliviano Juan Ramon Quintana, che ugualmente paventa irregolarità nello svolgimento del referendum.

Quali che siano i dati reali - al di là della “contabilità creativa” della Corte Elettorale dipartimentale di Santa Cruz - non conviene tuttavia sottovalutare quella metà o poco più di voti espressi in favore dell’autonomia. Pur continuando a denunciare il carattere eversivo e strumentale dell’iniziativa del Comitè, è bene che il Mas s’interroghi su cosa non funziona nelle sue basi d’appoggio a Santa Cruz. In particolare su come sia possibile che migliaia di persone che vivono nei barrios più poveri della città orientale possano cadere vittima della retorica autonomista di Marinkovic e delle false promesse populiste di Costas.

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sabato 3 maggio 2008

SANTA CRUZ, LA PAROLA AI MURI

Una breve rassegna di graffiti politici lungo i muri di Santa Cruz... ulteriore riprova del carattere "costruttivo" ed "edificante" dell'opposizione filo-separtista della città orientale.



(Trad. "Resistenza contro i narcocomunisti" - per i fautori dell'autonomia i "narcomunisti" sono il Mas di Evo Morales e i suoi esponenti n.d.r.)


(Trad. graffitto di destra "Evo [Morales] figlio di puttana". A sinistra "Tuto=Goni", ossia Jorge "Tuto" Quiroga ex-presidente boliviano uguale a Gonzalo Sanchez de Losada, altro ex-presidente (genocida) della Bolivia. Raro graffitto di sinistra (forse) sui muri di Santa Cruz.)


(Trad. "Nazionalizzazione= venezuelizzazione". Esempio di comunissima accusa di chavismo al presidente boliviano. Fai il paio con l'altrettanto difusissima scritta razzista - di cui purtroppo non siamo riusciti a reperire nessuna foto - "Evo chola de Chàvez" letteralmente "Evo donna indigena di Chàvez")


(Trad. "Evo morirà in Santa Cruz" - altro esempio di contestazione costruttiva e rispettosa, n.d.r)


(Trad. "Fanculo a Evo". Tra gli insulti volgari molto gettonato assieme a "Evo chupa pichi" che per decenza non traduciamo)


(Trad. "Evo colla [termine traducibile come "indigeno degli altipiani"] e merda". E' probabile che dal graffito originale sia scomparsa una "d" e l'"autore" intendesse "Evo colla di merda". Bonjour finesse et...racisme, n.d.r.).


Per chiudere una pietra miliare (e/o tombale). Trad "Evo, Santa Cruz sarà la sua tomba".


Un ringraziamento agli (ignari) utenti di Flickr Mst-Bolivia, Rodney J, Amy and Brent e Fides*yeruti, autori delle foto assieme al sottoscritto.


P.s. C'è ancora qualcuno in grado di credere alla "democraticità" degli eversori di Santa Cruz, quelli finanziati dagli Stati Uniti per favorire "la democrazia in Bolivia"?

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BOLIVIA A 24 ORE DAL REFERENDUM: O CONTRO GLI AUTONOMISTI O CON IL FEUDALESIMO!

Mancano solo 24 ore all’incostituzionale referendum pro-autonomia indetto dalla cricca oligarchica di Santa Cruz, quel Comitè Civico espressione delle 40 famiglie che si rimpallano da circa un secolo e mezzo il potere nella città orientale, avita roccaforte della destra razzista e golpista del paese.
Il mondo intanto fa finta di non accorgersi: tergiversa, ignora e glissa su quella che si avvia ad essa la polveriera del Sudamerica, la balcanizzazione del cuore del continente, quel piccolo paese incastonato tra le cordigliere andine divenuto negli ultimi anni sempre più strategico, crinale tra ancien regime neo-liberista e neo-coloniale e nuovo mondo possibile (almeno in America Latina). Il mondo glissa e gira lo sguardo altrove. Fa finta di non vedere il carattere eversivo dell’iniziativa elettorale di Marinkovic e soci e soprattutto la natura antidemocratica di chi ne garantirà la realizzazione: le squadracce dell’UJC, organizzazione giovanile del Comitè Civico, grupo de choque a servizio dei poteri forti dell’Oriente boliviano, tanto estremista a livello politico, quanto paramilitare nella prassi concreta.

Qualcosa comunque si muove nella “patria grande”: il Gruppo di Rio ufficialmente condanna, l'ALBA esprime solidarietà a Morales, mentre l’OEA prende una salomonica posizione a favore dell’unità boliviana. Nessuno appoggia apertamente l’eversione cruceñista e gli Usa si chiudono in un silenzio tanto eloquente quanto ipocrita. Dal Venezuela Eva Golinger denuncia (vedi video) i 120 milioni di dollari con i quali il Congresso americano – attraverso le solite organizzazioni di facciata (NED e USAID) – finanzia dal 2005 l’opposizione al governo di Morales e supporta le spinte separatiste. 120 milioni di dollari prima diretti (sic) a combattere il narcotraffico – di cui secondo i falchi di Washington Evo Morales sarebbe stato il capostipite – e quindi a “sostenere la democrazia boliviana” (nuovamente sic!).


Haz click en cualquier video para verlo

120 milioni di dollari non sono noccioline: sono venticinque volte tanto i finanziamenti all’opposizione venezuelana e qualcosa come un 1/200 del prodotto interno lordo boliviano. Non noccioline, appunto. D’altronde che gli Stati Uniti – almeno in parte – stiano spostando verso Sud il baricentro della loro ingerenza negli affari del subcontinente non è un mistero per nessuno. L’anno prossimo i marines sloggeranno dalla base di Manta – a cui Correa ha deciso di non rinnovare la licenza – e s’insedieranno con buona probabilità nel Perù dell’amico e alleato Alan Garcia, ultimo alfiere del Washington Consensus assieme al paraco Uribe. La Bolivia finirà stretta in una tenaglia tra il paese andino e la frontiera paraguayana dove ha sede un’altra base statunitense, per ora non in pericolo malgrado l’elezione di Lugo – a cui tra l’altro mancano i numeri per governare.
A la Paz poi da un anno e mezzo, presso l’ambasciata statunitense, resiede un certo Philip Goldberg, architetto nientemeno che degli accordi di Dayton: insomma uno che di balcanizzazione se ne intende eccome. E’ lui a dirigere la guerra di spie che è emersa negli ultimi tempi in Bolivia. Gli fa pendant in Paraguay – dove gli Stati Uniti hanno incassato la “sconfitta” dell’elezione del vescovo rosso Fernando Lugo – un certo James Cason, noto soprattutto per le sue molteplici trame anticastriste durante il lungo soggiorno a Cuba. Basta ricordare i nomi degli attori in campo per chiarire le strategie di Washington sul versante orientale delle Ande.


Nel frattempo, mentre Evo Morales e il suo entourage confermano che non dichiareranno lo stato di emergenza né manderanno l’esercito a Santa Cruz, per evitare gli scontri che potrebbero sprofondare la Bolivia in una guerra civile, il ministro degli Idrocarburi Vilegas dichiara ai microfoni di Telesur che una delle quattro multinazionali energetiche di fresca nazionalizzazione (l’annuncio è del 1 maggio) – Andina (Repsol), Chaco, Pan American Enery e Transeredes - è la principale finanziatrice della fronda cruceñista. Ecco svelato il segreto di Pulcinella. Vilegas tace il nome della multinazionale, ma non è un mistero per nessuno che le compagnie petrolifere che operano nel paese spingano tutte direttamente o indirettamente per un ripristino dello status quo ante Morales – ivi compresa la Petrobras, dell’”alleato” Brasile di Lula.
Nel frattempo a Santa Cruz si consuma un’inquietante quiete prima della tempesta: i movimenti che supportano Morales annunciano la rinuncia a scendere in massa a Santa Cruz per evitare l’enfrentamiento con gli autonomisti, ma alcuni barrios popolari della seconda città boliviana annunciano mobilitazioni per il giorno del referendum, minacciando di impedire l’installazione dei seggi, l’ingresso dell’UJC nei quartieri e promettendo la formazione di “cuarteles de resistencia” contro la consultazione. Oltre a una marcia contro il referendum prevista per il pomeriggio di domani.

Intanto lontano chilometri dal palcoscenico di Santa Cruz, dalle sue calles squadrate, dalla sua architettura coloniale, dai suoi lunghi porticati, dalla sua linda Plaza 24 Septiembre - da cui fa capolino un immenso bandiera verde-bianco-verde su cui all’antica scritta “Si la quieres defendela” (la patria cruceñista ovviamente) è stato aggiunto “Cruceño Vota por el si"” – si consuma la tragedia di ogni giorno. La tragedia dei latifondi scandalosi del departamento di Santa Cruz, delle guardie armate che difendono proprietà indecenti se confrontate alla miseria dilagante: immense tenute dove gli indigeni guaranì lavorano per dieci o quindici bolivianos (un euro e mezzo) al giorno. Solo negli ultimi tempi le guardie bianche al servizio di questi moderni signorotti feudali hanno provocato il ferimento di 33 indigeni e la scomparsa di altri 11, semplicemente perché questi reclamavano la restituzione di 157000 ettari di terre usurpate loro e mai restituite malgrado la riforma agraria degli anni ’90.
Dietro la retorica della decentralizzazione dei poteri, dell’orgoglio camba, dietro la pseudo-modernità di Santa Cruz, dietro le rivendicazioni di autonomia fiscale e gestione delle risorse in loco, perfino dietro il razzismo bianco e meticcio degli autonomisti che alimenta violenza e risentimento contro i colla, dietro tutto questo si nasconda un’unica e semplice cosa. Un virulento desiderio di mantenimento dell’ancien regime, barbaro feudalesimo latifondista, espressione dei privilegi di una piccola parassitaria oligarchia agro-esportatrice, legata agli interessi delle multinazionali degli idrocarburi e tenacemente aggrappata a decenni di sperequazione ed ingiustizia sociale. Oggi questi privilegi appaiono per la prima volta a rischio a causa della più radicale e audace rivoluzione democratica e culturale che la Bolivia abbia mai conosciuto nella sua storia – perlomeno dopo la rivoluzione del ‘52. Un rischio che – per Marinkovic e soci - va scongiurato a tutti i costi. Anche con l’eversione se necessario.


Ps. Allego qui sotto un video tratto dalla (francamente non eccelsa) televisione di stato boliviana, scovato e riproposto da A Sud. Una buona dimostrazione di quel regime feudale che gli autonomisti vogliono difendere a denti stretti.




Per approfondire leggi anche Bolivia, verso la secessione.

Riguardo al carattere implicitamente razzista dello statuto autonomista su cui i cittadini del dipartimento di Santa Cruz si esprimeranno domani, leggi l'appello su Selvas.org.

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giovedì 1 maggio 2008

MESSICO, IL TERRORISMO MEDIATICO CONTRO LOPEZ OBRADOR


Da qualche tempo il dibattito politico in Messico è dominato dalla questione della privatizzazione di Pemex. Pemex è l’azienda petrolifera statale, che il governo ultraliberista di Felipe Calderón, il presidente spurio andato al potere nel 2006 attraverso brogli sistematici, vorrebbe almeno in parte privatizzare.
Contro questo progetto si è sviluppato in tutto il paese centroamericano un grande movimento di protesta, che è arrivato fino al Congresso messicano, l’organo che dovrà prendere la decisione in materia. A capo di questo movimento si è messo nientemeno che Lopez Obrador, il candidato del Prd, il principale partito di centro-sinista del paese, palesemente frodato nelle ultime elezioni.

Contro l’intervento di Amlo in questa vicenda e contro l’occupazione simbolica del Parlamento messicano messa in scena dal suo movimento, Televisa una delle due emittenti televisive che grazie alla scandalosa "ley Televisa" monopolizzano di fatto l’informazione radiotelevisa del paese, ha trasmesso a ripetizione il seguente spot, vera chicca di disinformazione e terrorismo mediatico. Il video – non fosse altro che per alcuni palesi errori storici (Mussolini che prende il potere nel 1939?!) è stato censurato dall’Ife (l’Insituto Federal Electoral) che ne ha proibito la tramissione. Tuttavia merita comunque di essere visto, anche solo per farsi un’idea delle aberrazioni che la concentrazione dei mezzi radiotelevisivi nelle mani di alcuni ristretti gruppi di potere produce in diversi paesi dell’America Latina, dal Messico fin giù alla Bolivia.

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sabato 19 aprile 2008

FORZA LUGO!


Domani in Paraguay si vota ed il favorito è Fernando Lugo, ex-vescovo progressista candidato per la sinistra del paese. Sarà finalmente la fine di sessant'anni di dominio, prima dittatoriale poi formalmente democratico, dello strossneriano Partito Colorado?

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venerdì 11 aprile 2008

SINVERGÜENZA

Ripubblico qui una foto scattata dall'amico Roberto di Nuova America, a Roma, nella multietnica Piazza Vittorio.
A quanto pare la laida Santanchè, terminato il consueto armamentario xenofobo, ha deciso di scomodare anche la povera Evita Peròn (che si rivolterà nella tomba) per la sua meschinissima campagna elettorale.

In Argentina negli anni '70 si diceva che "si Evita viviera, seria montonera" pensando che la defunta consorte di Peròn, se fosse sopravvissuta, avrebbe combattuto contro la dittatura e i fascisti della Triple A. Cioè proprio contro quella gentaglia che s'ispirava alla medesima ideologia nera a cui s'ispira la squallida Santachè.
Amen.

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giovedì 10 aprile 2008

MA PERCHE' IL TG1 NON MANDA ME AL POSTO DELLA MAGGIONI A INTERVISTARE IL MARITO DI INGRID BETANCOURT IN COLOMBIA?

Ieri sera, tornato a casa dalla bella presentazione di “Sotto pressione”, libro sulle violazioni della libertà d’informazione in Colombia, ho accesso distratto la televisione prima di andare a dormire. E mi sono imbattuto su un servizio del Tg1 di Monica Maggioni da Bogotà. Mi sono immediatamente domandato che cosa ci facesse la Maggioni – di solito inviata di guerra (tendenzialmente embedded) in Medio Oriente – in un paese del Sudamerica, di cui non mi risultava fosse specialista.
In ogni caso il servizio consisteva di fatto in un’intervista al marito di Ingrid Betancourt. La domanda principale dell’intervista era se Ingrid Betancourt avesse mai – nei sei anni di prigionia – fatto avere sue notizie al consorte. Domanda alla quale, il marito della Betancourt ha risposto con molto cortesia ricordando la lettera della moglie dello scorso novembre - lettera che in Italia è stata addirittura pubblicata da un editore come Garzanti (mica Kaos Edizioni o Derive Approdi). Ma d’altronde la Maggioni perché mai avrebbe dovuto esserne a conoscenza: in fondo era soltanto inviata speciale in Colombia!
Ma al di là di questo mi domando: cosa voleva sentirsi rispondere alla sua bella domandina la fulva inviata del Tg1? Forse che Ingrid manda ogni giorno dalla selva messaggini con scritto TVTB al marito?
Che razza di domanda è chiedere al marito di una persona sequestrata da 6 anni se riceve direttamente notizie dalla consorte? Che notizie potrà mai ricevere? C’è bisogno di spendere copiose quantità di denaro pubblico per mandare in Colombia una giornalista che nulla sa di Colombia a fare domande così cretine? Soprattutto perché mandare lei quando in realtà la Rai avrebbe degli altri validissimi giornalisti come Silvestro Montanaro (che recentemente ha realizzato uno stupende reportage dal paese andino) o Raffaele Fichera, corrispondente a Buenos Aires?
Quanti di noi avrebbero potuto fare un lavoro più valido, rivolgendo domande più sensate al consorte della Betancourt, della rampante prima donna del Tg1?

Ancora una volta a chi giova quest’informazione sciatta e superficiale su un argomento complesso e difficile come la guerra civile colombiana? A che gioco gioca il mediocrissimo Tg1 di Gianni Riotta?

Magari qualcuno un po' più maligno di me, una risposta a questo interrogativo ce l’avrebbe anche...

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martedì 8 aprile 2008

PRESENTAZIONE DI "SOTTO PRESSIONE. IL GIORNALISMO IN COLOMBIA PRIGIONIERO DI GUERRIGLIA, NARCOTRAFFICO, PARAMILITARI E GOVERNO" A MILANO

Approfitto nuovamente di questo spazio per un’importantissima segnalazione: la presentazione domani sera alle 20.30a Palazzo Isimbardi a Milano (via Vivaio 1) del libro “Sotto pressione” sulla disastrosa situazione della libertà di informazione in Colombia, curato dagli amici di Selvas insieme a Information, Safety and Freedom e l’associazione Traduttori per la pace. Ospite della serata sarà il giornalista colombiano Hellman Morris e verrà proiettato uno stralcio di un documentario tratto dalla serie “Contravia”.
Altri ospiti dell’incontro, oltre ai curatori Martin E. Iglesias e Stefano Neri, saranno l’ On. Tana De Zulueta, Vicepresidente della Commissione Affari esteri e comunitari, Irma Dioli, Assessore alla Pace, Partecipazione e Cooperazione internazionale della Provincia di Milano e il giornalista Rai e presidente di ISF Stefano Marcelli.


Io ci sarò e invito tutti voi a venire. A questo link la scheda del libro. Qui sotto la locandina dell’evento.

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venerdì 4 aprile 2008

BOLIVIA, VERSO LA SECESSIONE?

A un mese esatto dall’incostituzionale referendum sullo statuto autonomista del prossimo 4 maggio, l’establishment cruceño ha deciso di alzare nuovamente la posta in gioco nello scontro contro il governo di La Paz.
E’avvenuto l’altro ieri nel corso di un’affollatissima (ahimè) manifestazione tenutasi al Parque Industrial di Santa Cruz de la Sierra. In mezzo a un tripudio di bandiere verde-bianco-verde, Ruben Costas, prefetto dissidente della città orientale, ha affermato coram populo che in caso di vittoria del sì nella consultazione, il governo dipartimentale della regione promulgherà una lunga serie di decreti per scavalcare le leggi e le direttive che arrivano dal Palacio Quemado.
Si comincerà con uno “sciopero fiscale” sui generis: l’IDH, l’imposta sugli idrocarburi voluta da un referendum promosso da Mas e movimenti sociali nel 2004, rimarrà in loco, negando il finanziamento de la Renta Dignidad, la pensione di vecchiaia universale istituita coraggiosamente mesi fa dal governo.
Quindi si procederà a un superamento della proibizione di esportare l’olio, misura recentemente adottata da Morales per proteggere il fabbisogno interno e combattere la speculazione. A seguire si darà il via a una serie di promesse di forte impatto popolare per le classi subalterne di Santa Cruz (perché nessuno le chiama populiste questa volta?), finanziate dalla futura autonomia fiscale e dal mantenimento in loco dell’IDH: un piano di edilizia popolare, aumenti salariali, un assicurazione sanitaria dipartimentale. Il tutto grazie a «los recursos que [el departamento] va a recuperar». Con buona pace del pauperimmo resto del paese, ovviamente.

Il carattere eversivo di queste proposte è sotto gli occhi di tutti. All’origine vi è il rifiuto di prender atto della bocciatura del referendum da parte della Corte Nazionale Elettorale di qualche settimana fa’. Il presidente di quest’ultima, Jose Luis Exeni, noto anche per la sua attività di blogger, ha infatti fatto cadere entrambe le consultazioni che erano in programma: quella “governativa” sul nuovo progetto costituzionale – per l’assenza di un clima adatto – e quella autonomista - per la sua palese incostituzionalità. Ma mentre l’oficialismo ha accettato di buon grado il verdetto della Corte, l’oligarchia cruceñista non si è rassegnata e ha deciso di portare avanti il referendum, costi quel che costi. Anche se a difenderlo – come abbiamo ricordato qui – dovranno essere le ronde neonaziste dell’UJC, la Forza Nuova locale. Il tutto mentre qualcuno continua a vedere nella cricca cruceñista la vera Bolivia democratica, ostaggio del populismo nazionalista (sic!) del governo indigenista di La Paz.

E così nell’indifferenza dei grandi media internazionali, la Bolivia, a due anni dall’elezione di Morales assomiglia sempre più al Cile pre-golpe del ’73. Pochi giorni fa un massiccio sciopero dei sindacati degli autotrasportatori – alleati a doppio filo con l’oligarchia agroesportatrice di Santa Cruz – ha paralizzato il paese, in maniera non dissimile a quanto accadde nei giorni della morente Unidad Popular cilena.
E non finisce qui. La tensione cresce infatti in tutti i dipartimenti governati dai prefetti “autonomisti”, così come a Sucre dove un pretestuoso e strumentalizzatissimo conflitto sulla Capitalia (da riportare nella vecchia ciudad blanca togliendola all’”usurpatrice” La Paz) crea non pochi grattacapi al gabinetto Morales e non pochi disordini e violenze.
Inoltre la guerra di spie scoperta qualche settimana fa’ (gli Stati Uniti pagavano studenti e borsisti nordamericani per spiare cittadini venezuelani e cubani nel paese) ha rivelato che le oscure manovre della diplomazia Usa in Bolivia non sono mai finite – anche se forse ora hanno meno incidenza che in passato.
Infine non dovrebbe rappresentare un segreto per nessuno l’evidente simpatia per gli autonomisti di tutte le multinazionali degli idrocarburi che operano nel paese, per le quali una vittoria della fronda anti-Morales potrebbe significare un rapido ripristino della situazione anteriore all’insediamento del presidente indio.

Tuttavia, come già detto altre volte, la scelta di questa strategia autonomistico-secessionista è già di per sé un ripiego. E’indubbio che fino a dieci anni fa, quando l’ortodossia del Washington Consensus non era ancora stata intaccata dal vento progressista che spazza da anni il vecchio “cortile di casa”, la situazione boliviana sarebbe stata risolta nel più classico dei modi: con un golpe militare, finanziato ad altre latitudini. Ma di questi tempi come ha detto los tesso Evo Morales tempo fa, gli autonomisti “bussano alle porte delle caserme, ma i militari hanno [...] un'altra mentalità”. Anche perché la mutata situazione internazionale – comprensiva di minacce del Venezuela di Chávez di vietnamizzare la Bolivia in caso di rovesciamento di Morales- funge da valido deterrente. Ma non scaccia gli spettri di una crisi di difficilissima soluzione. Nè quelli di una vera “balcanizzazione” del paese. Prospettiva rispetto alla quale la recente e scellerata proclamazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo, potrebbe fungere da pericolosissimo precedente.

Insomma gli ingredienti per rendere nuovamente la Bolivia la polveriera del Sudamerica ci sono tutti. L’unica speranza è che la volontà distruttiva di qualcuno degli attori in campo (la destra moderata che spalleggia l’oltranzismo di Marinkovic e soci) venga meno prima della catastrofe.

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sabato 29 marzo 2008

APPELLO URGENTE IN DIFESA DELLE ASSOCIAZIONI PER I DIRITTI UMANI IN COLOMBIA

Riporto qui sotto il testo di un importantissimo appello lanciato dagli amici Gennaro Carotenuto, Annalisa Melandri, Guido Piccoli (autore del fondamentale “Colombia il paese dell’eccesso”) e dalla giornalista Stella Spinelli di PeaceReporter, in difesa delle associazioni colombiane per i diritti umani, colpite negli ultimi giorni da una tremenda escalation di violenza da parte dei gruppi paramilitari del paese che, allo stato attuale, ha già causato la morte di 8 persone, il sequestro di altre due e minacce nei confronti di diverse decine di attivisti. L’invito ovviamente è a leggere l’appello (che ha già incassato il sostegno di moltissime personalità di spicco del mondo della cultura, dell’informazione e del volontariato), firmarlo e diffonderlo.


I sottoscritti sono estremamente preoccupati per l'immediato pericolo di vita nel quale versano centinaia di dirigenti di associazioni in difesa dei diritti umani colombiane che hanno organizzato la grande manifestazione contro il Terrorismo di Stato in Colombia dello scorso sei marzo, alla quale hanno preso parte attiva centinaia di associazioni della società civile colombiana e oltre 300.000 persone.
A seguito delle dichiarazioni del consigliere del presidente Ãlvaro Uribe, José Obdulio Gaviria, che ha bollato la manifestazione come organizzata dalle Farc, gli squadroni della morte del gruppo paramilitare che firma le proprie azioni come "Aguilas Negras" hanno assassinato in rapida sequenza quattro dirigenti sindacali e di Ong che avevano promosso la manifestazione, ne hanno sequestrati altri due, minacciato direttamente altri 40, mentre decine di altri versano in immediato pericolo di vita.
Ci uniamo pertanto al Movice (Movimento Nazionale delle Vittime dei Crimini di Stato) e a decine di altre sigle della società civile colombiana, nell'esigere le dimissioni di José Obdulio Gaviria, personaggio da più parti accusato di essere organico sia al paramilitarismo che al narcotraffico, ma che continua ad essere tra i più stretti collaboratori del presidente Álvaro Uribe.
Chiediamo inoltre ai governi dell'Unione Europea e al Parlamento Europeo, nonché ai governi latinoamericani, di effettuare urgenti pressioni sul governo colombiano perché difenda l'integrità fisica di tutte le persone sotto minaccia, individui e fermi gli autori dei quattro omicidi e degli altri crimini che si attribuiscono a gruppi paramilitari che il governo colombiano sostiene essere da tempo smobilitati.
Per adesioni inviare una mail a solidaridadmovice@gmail.com

Promotori:
Annalisa Melandri, traduttrice
Gennaro Carotenuto, storico, Università di Macerata
Guido Piccoli, scrittore, giornalista
Stella Spinelli, giornalista Peace Reporter
Primi firmatari:
Luigi Ciotti, sacerdote, Italia
Noam Chomsky, linguista, MIT, Stati Uniti
Gianni Minà , giornalista, Italia
Beppe Grillo, comico, Italia
Frei Betto, scrittore, Brasile
Marti­n Almada, premio Nobel Alternativo per la Pace 2002, Paraguay
Vittorio Agnoletto, parlamentare europeo, Italia
Jose Lui­z Del Roio, Senatore, Italia/Brasile
Francesco Martone, Senatore, Italia
Meri Lao, musicista e scrittrice, Argentina/Italia
Hernando Calvo Ospina, giornalista Le Monde Diplomatique, Colombia/Francia
Ramon Mantovani, deputato Italia
Maurizio Matteuzzi, giornalista Il Manifesto, Italia
Raul Zibechi, giornalista, Uruguay
Maurizio Chierici, giornalista L'Unità , Italia
Meir Margalit, storico, Israele
Emanuele Giordana, giornalista
Luciano Scateni, giornalista, scrittore, Napoli
Antonio Vermigli, Rete Redié Resc, Italia
Santiago Alba Rico, scrittore, Spagna
Rocco Altieri direttore Quaderni Satyagraha, Italia
Mario Amorós, storico e giornalista, Spagna
Atilio Borón, filosofo, Argentina
Stella Calloni, scrittrice e giornalista, Argentina
Massimo Carlotto, scrittore, Italia
Mario Casasús, giornalista, Messico
James Cockroft, accademico e scrittore, Canada
Geraldina Colotti, giornalista il Manifesto
Marinella Correggia, scrittrice, Italia
Heinz Dieterich, sociologo, Germania/Messico
Carlos Fernández Liria, Universidad Complutense de Madrid
Jeff Halper, antropologo, Israele
Celia Hart Santamaria, giornalista, scrittrice, Cuba
Martin E. Iglesias giornalista, presidente Selvas.org
Gilberto Lopez y Rivas, antropologo, Messico
Loredana Macchietti, editore, Italia
Antonio Mazzeo, giornalista e saggista
Antonio Moscato, Universitò di Lecce
Harald Neuber, giornalista, Germania
James Petras, sociologo, Stati Uniti
Higinio Polo, giornalista, professore, Barcellona, Spagna
Bernardo Reyes, scrittore, poeta, Temuco, Cile
Francesco Romanetti, giornalista Il Mattino, Italia
Paolo Rossignoli, editore Edizioni Achab, Italia
Ursula Salwa, casa editrice Intra Moenia, Polonia
Pascual Serrano, giornalista Spagna
Gino Solito, direttore amministrativo Intra Moenia, Italia
Carlos Tena, giornalista, Spagna
Juan Torres Lopez, economista, Spagna
Ivonne Trías, scrittice e giornalista, Uruguay
Marco Tropea, editore, Italia
Pepe Viñoles, artista plastico e giornalista,Svezia/Uruguay
Attilio Wanderlingh, giornalista, editore, Napoli
Aldo Zanchetta presidente Fondazione Neno Zanchetta (Lucca)
Roberto Zanini, giornalista Il Manifesto
Anibal Quijano, professore, Perù - Usa
Maurizio Acerbo, deputato Italia
Enzo Apicella, vignettista, Italia
Daniel Viglietti, musicista, Uruguay
Angelo Stefanini, medico, professore universitario, Osservatorio salute globale, Italia

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venerdì 28 marzo 2008

FASCISTI A SANTA CRUZ

La foto qui riportata è stata scattata lo scorso 1 dicembre in occasione di una manifestazione dell'UJC, la "Forza Nuova" cruceña, a Santa Cruz in Bolivia. A quanto si apprende da questo articolo della Razon, saranno proprio i giovani neonazisti dell'UJC a "vigilare" sullo svolgimento dell'incostituzionale referendum del prossimo 4 maggio, intorno all'incostituzionale Statuto Autonomico di Santa Cruz, bocciato sonoromente qualche settimana fa dalla Corte Elettorale boliviana. Come dire, una guardia bianca - che ricorda quelle che difendevano le proprietà dei latifondisti dell'Emilia Romagna durante il biennio rosso 1919-1920 - "vigilerà" sullo svolgimento di un plebiscito padronale, fatto pomposamente passare per atto di rivendicazione secolare della terre basse della Bolivia. E il dramma è che - a causa della propaganda asfissiante lanciata a tutte le ore del giorno dai media più o meno asserviti e/o legati a Marinkovic e soci - il consenso popolare nei confronti dell'autonomismo è sempre più alto.

Non amo fare la Cassandra, ma temo che seppur sia esagerato definire la Bolivia un paese sull'orlo della guerra civile, il paese andino attraversi una crisi che rischia di degenerare sempre più e che con buona probabilità ci riserverà delle poco piacevoli sorprese nelle prossime settimane.

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IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI

Lima, l'ex dittatore peruviano Alberto Fujimori si addormenta nel corso del processo che lo vede imputato per gravi violazioni dei diritti umani.

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martedì 25 marzo 2008

L'ARGENTINA CHE NON VUOLE DIMENTICARE

Una decina d’anni fa’, nell’epilogo del suo bellissimo “A testa in giù”, Eduardo Galeano elencava tra i sogni-auspici per il nuovo millennio alle porte che «le pazze di Plaza de Mayo» potessero divenire presto «un esempio di salute mentale, poiche' si rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria».
Tante cose sono passate da quel lontano ’98, e il mondo di oggi, finalmente libero per molti versi dal Washington Consensus, è sicuramente meno ingiusto per i popoli al di sotto del Rio Bravo (o perlomeno del Canale di Panama) di una decina di anni fa’.
Anche se «le pazze» non sono ancora per tutti «un esempio di sanità mentale», se Videla e soci hanno ancora (tragicamente) troppi fan nel paese di Cortazar e Gardel, se le zone buie sono ancora tante, se la desaparición di Julio Lopez e lo pseudo-suicidio di Febres preoccupano e non poco, l’Argentina non è più il paese dell’”amnesia obbligatoria”.

E allora questo 24 marzo, caratterizzato da due lunghi cortei lungo le strade di Buenos Aires, con un po’ di bestiacce come Won Wernich ed Etchecolaz finalmente in carcere, non è lo stesso di sempre. Lontano da “obbedienze dovute” e “punti finali”, questo 24 marzo si colora un po’ più di speranza.

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sabato 23 febbraio 2008

PERU', TLC E PALLOTTOLE

Quando lo scorso 4 dicembre il Senato americano approvò definitivamente il Trattato di Libero Commercio con il Perù di Alan Garcia, i non pochi paventarono pesanti ricadute sull’agricoltura peruviana ed un inasprimento delle tensioni sociali nel paese andino, dovuto all’impari concorrenza tra prodotti come il mais, il frumento e la soia peruviana ed i loro (sussidiatissimi) omologhi americani. Preoccupazioni giustificate soprattutto dal fatto che la ratifica del Trattato appariva (ed appare) come la manifestazione più eclatante ed inequivoca di un complessivo orientamento economico iperliberista, che ha portato il governo di Lima a negoziare analoghi accordi con svariati altri partner commerciali (Canada, Ue, Corea, Cina, Cile) e a perseguire la privatizzazione (leggasi svendita) di gran parte delle risorse naturali dal paese – dalle miniere di oro, zinco e rame, a milioni di ettari dell’Amazzonia peruviana. Corollario temuto di questa apertura a 360 gradi dell’economia pareva a molti analisti un’involuzione autoritaria e repressiva (volta a spianare la via agli investitori stranieri), preannunciata lo scorso luglio da una serie di decreti liberticidi approvati dallo stesso Alan García - grazie a una speciale delega ottenuta per legiferare in materia di sicurezza e (sic!) lotta al terrorismo – tra i quali spicca il famigerato decreto 982 che depenalizza gli omicidi compiuti dalle forze dell’ordine in caso di proteste e manifestazioni.


Le previsioni più nefaste paiono purtroppo aver trovato una funerea conferma negli ultimi giorni. Il comparto agricolo aveva infatti dichiarato a partire da lunedì scorso un paro (sciopero) a tempo indefinito, proprio per protestare contro gli effetti negativi del Trattato di Libero Commercio. Tra le rivendicazioni degli agricoltori, oltre a sussidi e compensazioni per l’impatto del Tlc, vi era anche la ricerca di una soluzione al rincaro dei prezzi dei fertilizzanti e dell’acqua per le irrigazioni.
I manifestanti avevano dato vita a marce e blocchi stradali in diverse parti del paese, tanto nel Nord che nel Sud, bloccando la Panamericana in diversi punti.

La risposta del governo non si è purtroppo fatta aspettare. Il presidente del Consiglio dei ministri, Jorge del Castillo, ha dichiarato lo stato d’emergenza in 8 provincie (Huaura, Huarral e Barranca nel dipartimento di Lima, Huarney, Casma e Santa nel dipartimento di Ancash, Viru e Trujillo, nel dipartimento la Libertad), annullando di fatto le garanzie costituzionali ed autorizzando così le forze dell’ordine a detenzioni arbitrarie, perquisizioni senza mandato, precettazioni, proibizione di scioperi e cortei, restrizioni al libero transito. Nei violenti scontri che ne sono scaturiti (soprattutto nella zona di Ayacucho) hanno perso la vita almeno 5 persone, quattro delle quali per evidenti ferite d’arma da fuoco – nel corso di due differenti giornate di sciopero. Centinaia sono stati anche i feriti e gli arrestati – che ora in base ai decreti liberticidi di Alan García rischiano anche svariati anni di carcere, solo per aver bloccato una strada.

La violenta repressione pare aver sortito l’effetto sperato: le associazioni del comparto agricolo Convención Nacional del Agro (Conveagro), Junta de Usuarios del Riego (JUR) e Confederación Nacional Agraria (CNA) hanno sospeso lo sciopero ed i blocchi stradali - anche se in alcune regioni il paro è stato prolungato per protestare contro la morte dei cinque manifestanti. Il governo intanto sembra, almeno formalmente, intenzionato a riaprire il dialogo con gli agricoltori, anche se sarà difficile aspettarsi un cambio di rotta.
Il gabinetto di Alan García si trova peraltro impegnato in questi stessi giorni ad affrontare almeno altre due massicce proteste: quella degli insegnanti che protestano contro la contestata legge del tercio superior – che riduce drasticamente (su presunta base meritocratica) gli insegnanti all’’interno della scuola pubblica – e quella dei cittadini di Cusco, preoccupati per una legge (chiamata eufemisticamente “Legge di promozione dello sviluppo sostenibile dei Servizi turistici” ) che facilita la concessione di licenze ai privati per costruire hotel e strutture turistiche anche nelle adiacenze di monumenti storici (come i siti archeologici inca), rischiando di danneggiare gravemente il patrimonio storico-artistico della regione.
L’opposizione humalista ha subito chiesto che il ministro dell’Interno Luis Alva Castro (vecchia volpe dell’Apra e personaggio molto discusso negli ultimi tempi) venisse in Parlamento a riferire sui cinque decessi – cosa che avverrà il prossimo mercoledì, 27 febbraio - e intende presentare una mozione di censura nei suoi confronti.
Alva Castro, da parte sua, si è subito smarcato dai fatti responsabilizzando dei decessi i dirigenti delle stesse organizzazioni degli agricoltori, trovando in questo – manco a dirlo - una formidabile spalla nel presidente García. Il vecchio Alan, con l’insensibilità che pare contraddistinguere gran parte delle sue ultime uscite, non solo ha riaffermato il proprio appoggio nei confronti del ministro e scartato qualunque ipotesi di commissione d’inchiesta sugli scontri, ma al contrario ha espresso la sua piena approvazione riguardo all’operato della polizia. “La polizia ha agito con grande convinzione e decisione e io mi congratulo con la Polizia, è un ottima cosa che difenda il Perù ed ora vogliamo vedere questo tradursi nel giudizio dei colpevoli” ha dichiarato il mandatario peruviano. Ed ha aggiunto “Che serva da lezione in modo che quando qualcuno promuove pubblicamente e agitatamente uno sciopero, sappia dove sta portando queste persone, sappia a chi sta aprendo le porte. Da ora in avanti [..] chiunque convochi questo tipo di mobilitazioni deve sapere che è direttamente responsabile di qualunque cosa accada, della distruzione e della morte di qualunque persona.” Un atteggiamento pilatesco ed auto-assolutorio, iconicamente rappresentato nella beffarda copertina di La Republica di ieri (vedi foto in alto). Ma anche un atteggiamento con il quale il discusso presidente sudamericano sembra mettere le mani in avanti relativamente ad eventuali nuove escalation repressive, se necessarie a mantenere quella pace sociale, funzionale al suo progetto di stato iperliberista.

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venerdì 15 febbraio 2008

DA ALAN GARCÍA A HUGO CHÁVEZ, QUANTO E' CAMBIATO L'ATTEGGIAMENTO DELLA "SOCIALDEMOCRAZIA" EUROPEA VERSO IL SUDAMERICA!

Quando più di vent’anni fa nel 1985 Alan García andò al potere in Perù, era l’ “idolo” della socialdemocrazia europea, da Craxi a Felipe Gonzales. Era giovane (a 36 anni il più giovane presidente della repubblica sudamericana), colto, aveva studiato all’estero, la sua retorica incantava i peruviani durante i celebri balconazos. Soprattutto era fautore di una politica eterodossa nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e credeva, a ragione, che se il Perù non avesse rallentato i pagamenti al grande organismo monetario e non si fosse allontanato dal piano di aggiustamento strutturale che invece il suo predecessore Balaunde aveva seguito pedissequamente, il Perù non si sarebbe mai rialzato dalla recessione

Conobbe il suo trionfo nel giugno del 1986, quando il congresso dell’Internazionale Socialista si tenne proprio a Lima ed egli, per non rovinarsi la festa con i suoi omologhi europei, diede probabilmente carta bianca ai suoi generali per reprimere con la violenza alcune rivolte carcerarie senderiste che avrebbe potuto offuscare il ritorno di immagine del vertice – furono i massacri di El Frontón, Lurigancho e Santa Barbara, i più gravi del suo primo mandato.
Fu a quei tempi, quando per l’opinione pubblica mondiale era l’astro nascente della sinistra sudamericana, che Alan García, per far fronte alla scarsità di latte e al rincaro del suo prezzo nel paese, nazionalizzò la leche Gloria, l’azienda casearia nazionale peruviana, di proprietà della Nestlè (che ovviamente rispose per le rime). Fu una decisione importante e coraggiosa, una delle tante prese dal presidente peruviana in quel primo scorcio del suo mandato, prima che molte sconfitte e ed una corruzione dilagante finissero per ammorbidire la sua politica sino a tornare nei canoni dell’”ortodossia”, in mezzo alla più grande crisi economica recente della storia del Perù. Una fine ingloriosa lontana dalle premesse e dalle aspettative del primo bennio (1985-1987) del suo governo. Quel primo biennio del suo mandato, il cui esperimento eterodosso riuscì a portare effettivi – ancorché effimeri - benefici al Perù (una notevole ripresa economica) e garantì al mandatario peruviano, una stima senza eguali nell’ambito socialdemocratico europeo.

Vent’anni dopo la storia si ripete, con protagonisti diversi e con alleanze completamente cambiate. Un governo, quello venezuelano - di cui ovviamente si può dire tutto e il contrario di tutto - traccia da un decennio (dal 1998) la strada per i paesi che hanno deciso di non riconoscersi più nella politica dell’ortodossia fondomonetarista, degli aggiustamenti strutturali e delle privatizzazioni ad ogni costo. Lo fa con molta più costanza e convinzione dell’Alan García di vent’anni fa ed ottenendo risultati – almeno per ora – decisamente confortanti: crescita intorno al 10%, sanità pubblica e gratuita per tutti, scomparsa pressoché totale dell’analfabetismo, inclusione sociale. Ma non gode assolutamente, presso gli ambienti bene della socialdemocrazia europea, di un decimo dei favori di cui godeva, con le stesse parole d’ordine, il vecchio Alan Garcìa – ora peraltro trasformatosi in arcicorrotto fondamentalista neoliberale.
E proprio in questi giorni, alla stregua di quel lontano 1986 in Perù, il Venezuela si trova a dover far fronte alla scarsità di latte. Prospettiva per scongiurare la quale, Chàvez minaccia di nazionalizzare gli stabilimenti venezuelani della Parmalat e della Nestlè (ancora la Nestlè!), per mettere fine alla loro politica speculativa. Nestlè e Parmalat infatti si avvantaggiano dei “bassi costi di produzione” venezuelani per poi esportare il latte all’estero, lasciandone privo il mercato interno. E soprattutto ostacolando la produzione delle imprese statali e delle cooperative venezuelane.

Chávez per ora minaccia, ma esproprierà davvero? Difficile dirlo. Molto probabilmente troverà un accordo, esattamente come è accaduto, malgrado i toni forti usati da ambo le parti, nel campo estrattivo, dove - complici gli alti prezzi del greggio attuale - quasi tutte le multinazionali hanno accettato le nuove condizioni poste del governo (il caso attuale della Exxon è fortunatamente – ancora – poco più che un’eccezione).
Ma in ogni caso la sua minaccia, ancora non concretizzatasi, viene vista e descritta da tutti i media internazionali come l’ennesima offensiva statalista e non trova alcun appoggio internazionale fuori dall’America Latina – come del resto tutta la sua politica.

La socialdemocrazia europea che vent’anni fa coccolava Alan Garcia quando portava avanti – e non minacciava soltanto – gli stessi provvedimenti, ora descrive il governo venezuelano come statalista e populista. Che cosa ha fatto cambiare così tanto opinione su medesime soluzioni economiche, riproposte peraltro oggi in maniera molto più moderata? Un altro esempio può chiarire meglio di cosa parliamo.

Nel 1987 Alan García nazionalizzò a sorpresa l’intero sistema bancario peruviano. Fu un’operazione condotta male e che probabilmente fu causa del successivo tracollo finanziario del Perù – Alan García peraltro fece retromarcia l’anno successivo.
Vent’anni dopo esatti Chávez ha riproposto una manovra simile, benché molto più oculata, (la nazionalizzazione della banca centrale) e l’ha sottoposta però a referendum popolare – dimostrando quindi maggior prudenza dell’Alan García degli anni ottanta. Perso il referendum l’ha accantonata.
Viene da chiedersi: chi dei due è l’estremista, chi il moderato? Chi è il socialdemocratico e chi lo statalista?
Perché la socialdemocrazia che all’epoca sosteneva l’interventismo un po’ disordinato di Alan García oggi si dissocia e si distingue da quello tutto sommato moderato di Chávez? Cosa è successo e cosa è cambiato nel frattempo, nella socialdemocrazia europea? Perché ciò che vent’anni fa appariva riformista e socialdemocratico, oggi viene descritto come massimalista?

E’ probabile che nella risposta a queste domande – molto retoriche e volutamente provocatorie - stia non già la soluzione dei problemi cronici dell’America Latina, ma quasi sicuramente qualche buona indicazione sulle ragioni della crisi irreversibile della socialdemocrazia europea.

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domenica 10 febbraio 2008

ARGENTINA, VERSO UNA SOLUZIONE ALLA CRISI CON IL VATICANO?

Come è ormai noto il Vaticano ha negato il placet al nuovo ambasciatore argentino presso la Santa Sede, Alberto Iribarne, cattolico fervente ed ex-ministro della giustizia nel governo di Nestor Kirchner. La ragione? Iribarne è divorziato. E quindi sgradito in Vaticano.

In molti, da entrambe le parti dell’oceano – ma suppongo più da questa – hanno considerato l’evento come l’ennesima recrudescenza nella politica intransigente in fatto di morale, da parte del pontificato ratzingeriano, già impegnato in più fronti contro l’aborto, i Pacs, ecc....

Ma si tratta di una spiegazione che non convince. Soprattutto considerando lo status matrimoniale dei politici più coccolati dalla Santa Sede negli ultimi tempi: i vari Fini, Casini, Berlusconi, tutti divorziati e conviventi (seppur tutti, ovviamente, convinti assertori della famiglia tradizionale).

Con buona probabilità quella del Vaticano è una ritorsione per un precedente preciso. Nel 2005 Kirchner desitituì il cappellano militare Baseotto. Baseotto personaggio dalla storia sinistra, tre anni fa disse che a suo parere il ministro Ginés González García – che si era pronunciato a favore dell’aborto – era da “tirar al mar atado a una piedra” (tr. “gettare a mare legato a una pietra”). Una frase che in Argentina è “impronunciabile” e che dimostra insensibilità e disprezzo per la sofferenza di migliaia di madri, padri, fratelli, figli delle persone fatte sparire durante l’ultima dittatura militare.

Kirchner chiese al Vaticano il ritiro di Baseotto. La Santa Sede e la Conferenza Episcopale argentina inizialmente temporeggiarono poi presero le difese del vescovo apologeta dei crimini della dittatura. Allora il governo argentino unilateralmente lo ricusò, provocando un conflitto con il Vaticano.

Un conflitto che è continuato latente in seguito, ma che evidentemente preoccupa non poco il governo di Buenos Aires, data l’enorme influenza che la Chiesa Cattolica (intesa come gerarchia e non come chiesa di base) ha ancora in Argentina e che può, all’occorrenza, veicolare in funzione anti-governativa. Esiste perlomeno un precedente illuminante.

L’anno scorso nella provincia di Misiones, profondo Nord del paese al confine con il Paraguay, il governatore Carlos Eduardo Rovira, fedele kirchnerista, propose una revisione della carta costituzionale della regione per poter essere rieletto indefinitamente – in maniera simile a quanto proposto da Chávez in Venezuela. Secondo molti si trattò di un test su scala regionale per sondare l’impatto sull’opinione pubblica di una analoga manovra su scala nazionale, (volta a permettere la ricandidatura indefinita di Kirchner). A guidare il fronte del No, contro la proposta del governatore fu Joaquín Piña, vescovo emerito di Puerto Iguazu, che diede vita a un vero e proprio movimento “politico”, il Frente Unidos por la Dignidad. E vinse, facendo ottenere al no un vantaggio in termini di voti del 13%.

Si trattava di una rivendicazione – quella di mantenere un tetto massimo di due legislature alla ricandidatura del governatore – assolutamente condivisibile, ma che nondimeno mostrò la capacità d’intervento nella sfera politica argentina da parte delle gerarchie cattoliche e che quindi spiega perfettamente la ricerca da parte del governo di Buenos Aires, di una via d’uscita “pacifica” dal contenzioso. Evitando così, dopo gli anni del gelo diplomatico dell’amministrazione Kirchner, l’escalation di uno scontro frontale.

Il difficile rapporto dell’oficialismo kirchnerista con la Chiesa cattolica è peraltro dimostrato da un altro caso recente che riguarda addirittura la roccaforte della coppia presidenziale, la patagonica provincia di Santa Cruz, vero trampolino di lancio dell’ex presidente (lì è stato in passato governatore per 12 anni, essendo riuscito ad abolire il famoso limite di due mandati alla ricandidatura). Anche qui un movimento contro il governatore kirchnerista locale Daniel Peralta - per chiedere salari più equi per i maestri della regione - è stato guidato da un vescovo Juan Carlos Romanín ed ha rischiato di influenzare le elezioni regionali – tenutasi ad ottobre in concomitanza delle elezioni presidenziali, con la riconferma dello stesso Peralta.

Si tratta di personaggi diversi e non raggruppabili in un unico calderone. Romanín o Piña non possono essere accostati al “videliano” Baseotto o all’eminenza grigia Bergoglio, o Martín de Elizalde e cosi via. Ma quel che è certo è che di fronte a questi precedenti, il governo argentino, che pure ha osato sfidare frontalmente la Chiesa nel caso di Baseotto, si trova a dover correre ai ripari e a cercare una mediazione che gli salvi la faccia, ma che al contempo permetta di non aggravare i rapporti con la Conferenza Episcopale argentina ed il Vaticano.


P.s. Un’ultima considerazione non lusinghiera nei confronti del Vaticano. Se la santa Sede ha mostrato subito le sue rimostranze nei confronti dell’ambasciatore divorziato, a 3 mesi dalla condanna, non si è ancora espressa sul caso dell’ex-cappellano militare Christian Von Wernich, colpevole dimostrato – preme ricordarlo – di 7 omicidi, 31 casi di tortura e 42 sequestri durante la dittatura di Videla & soci. Dopo un primo imbarazzante comunicato di basso profilo dal tono salomonico-cerchiobottista, da parte della Conferenza Episcopale argentina (per voce del vescovo Martín de Elizalde), la Chiesa non ha più ritenuto necessario pronunciarsi sulla questione, né punire il sanguinario cappellano. Il che significa che, per il Vaticano, Von Wernich, pur con la sua non invidiabile fedina penale, può continuare ad essere sacerdote nel pieno delle sue funzioni, senza temere alcunchè dal diritto canonico. Con buona pace delle sue vittime. Qualcosa fa pensare che se in Sudamerica la Chiesa non sostiene più dittatori sanguinari e tiranni non è perché sia cambiata, ma perché ad essere cambiato è lo stesso Sudamerica.


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domenica 3 febbraio 2008

BOLIVIA, AL VIA LA RENTA DIGNIDAD

Dall'altro ieri in Bolivia, 582 agenzie di oltre 46 organismi finanziari hanno incominciato ad erogare La Renta Dignidad, una pensione universale di 25 dollari mensili, rivolta a tutti le persone oltre i sessant'anni. Una misura che è stata resa possibile solo dall'incremento degli introiti statali derivanti dall'IDH, l'imposta sugli idrocarburi, nazionalizzati dal governo di Evo Morales il 1 maggio del 2006.

Può sembrare poca cosa - 25 dollari al mese - ma in un paese in cui la maggioranza della popolazione vive con uno o due dollari al giorno e la speranza di vita è di 68 anni (la seconda più bassa dell'America Latina) può servire a condurre una vecchiaia decorosa alle migliaia di anziani che vivono nelle baracche di El Alto, o di Oruro o di Potosi. E si tratta quindi di una misura rivoluzionaria che consolida il processo redistributivo in corso dopo la larga noche de los quinientos años e gli ultimi vent'anni di indecoroso saccheggio neoliberale.

D'altronde la historia acabò de empezar hace un rato...

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venerdì 1 febbraio 2008

ARGENTINA, REPORTAGE DI PAGINA/12 FA SCOPPIARE UNO SCANDALO SULLA MARINA

L’edizione domenicale del sempre ottimo Pagina/12 è tornata a “colpire”, esattamente come negli anni ’90, quando i suoi reportages smascheravano le trame e il malaffare degli ambienti menemisti. Il quotidiano argentino lo scorso 27 gennaio ha infatti rivelato che il contrammiraglio Roberto Pertusio, agli arresti domiciliari dal 2006 per sequestri, torture e omicidi durante gli anni della dittatura, figura ancora come consigliere del Centro Estudios Estrategicos de la Armada (uno degli organismi che ai tempi di Videla operava nel famigerato edificio dell’ESMA, ora Museo della Memoria). Il sito web dello stesso Centro lo indicherebbe tuttora come membro permanente.

E non finisce qui: secondo il quotidiano argentino il prefetto Hèctor Febres, già condannato per violazioni dei diritti umani e morto lo scorso dicembre in circostanze ancora non chiare - per avvelenamento - nella lussuosa prigione del Destacamento Delta, avrebbe goduto di uno strano privilegio per un carcerato: quello di poter trascorrere, per tre anni di seguito, le vacanze assieme alla famiglia, nella base navale di Azul. Tale privilegio avrebbe avuto con tutta evidenza l’obbiettivo di convincerlo a non parlare: lo stesso Febres infatti aveva più volte mostrato l’intenzione di fare i nomi degli altri ufficiali coinvolti nelle violazioni dei diritti umani ai tempi della dittatura, in modo da non dover essere l’”agnello sacrificale” che garantisse l’impunità a tutti gli altri militari colpevoli di crimini contro l’umanità. Un’intenzione che probabilmente gli è costata la vita.

La ministra della Difesa Nilda Garrè - riconfermata di recente dal nuovo governo di Cristina Fernandez - ha immediatamente ordinato all’ammiraglio Jorge Godoy di destituire e cacciare dalla Marina il contrammiraglio Roberto Pertusio, e di preparare inoltre un informe sulle altre denunce di Pagina/12. Godoy ha immediatamente rimosso Pertusio ma ha tuttavia negato ogni responsabilità nei trattamenti di favore concessi a Febres.

In questo clima s’inserisce anche un episodio dell’ultim’ora: a seguito di una chiamata anonima è stato completamente evacuato per un allarme bomba il Ministero della Difesa a Buenos Aires. Gli artificieri, a quanto si apprende, stanno ancora perlustrando l’edificio alla ricerca di eventuali esplosivi. Si spera che l’episodio non sia in alcun modo collegato con le vicende che hanno interessato la Marina negli ultimi giorni – va segnalato che un allarme simile, fortunatamente senza fondamento, si era registrato anche lo scorso settembre.

Insomma Malgrado i molti passi avanti ed il corposo lavoro di diverse procure argentine – a quasi un anno e mezzo di distanza dalla desaparición di Julio Lopez – le crescenti difficoltà ed insidie che la lotta per la fine dell’impunità e la piena giustizia rispetto agli orrori della dittatura sembra incontrare sul suo cammino non possono che destare grande preoccupazione.

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¡SIN MAÍZ NO HAY PAÍS!

Continuano a Città del Messico le manifestazioni contro l'estensione del TLCAN (il Trattato di Libero Commercio) ai prodotti agricoli più importanti del paese - come mais e fagioli. Lo scorso sabato è arrivata nello Zocalo di Città del Messico, dopo un percorso di oltre 300 chilometri, la carovana "Sin maíz no hay país" (lett. "Senza mais non c'è paese") con una gigantesca offerta simbolica (nella foto) per la divinità mesoamericana Oméotl, affinchè appoggi la lotta per la rinegoziazione del Trattato di Libero Commercio e freni così l'invasione del mais transgenico statunitense.

Ieri invece, sempre nella capitale messicana, si sono ritrovati circa 200 000 persone per un grande corteo lungo l'arteria principale della città, il Paseo della Reforma, dalla celebre statua dell'Angelo sino allo Zocalo. A questo link una foto del fiume umano. ¡La lucha sigue!

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