sabato 17 marzo 2007

IN SCENA "LETTERA A UNA PROFESSORESSA" DI DON LORENZO MILANI

Una segnalazione teatrale. E’ da ieri in scena, presso il teatro Trebbo di Milano, Lettera a una professoressa di Don Lorenzo Milani. Si tratta di un piccolo allestimento, da parte di un piccolo teatro che da tempo cerca tenacemente di proporre un teatro diverso, non banale, non disimpegnato, non accomodante.

Dietro c’è un grande lavoro drammaturgico, che ha permesso la drammatizzazione dell’apparentemente poco teatrale testo del priore di Barbiana. Un lavoro compiuto oltrechè attraverso l’inserimento di canzoni dalla funzione evidentemente brechtiana (musicate in maniera efficacissima da Paola Franzini) attraverso l’accentuazione della natura socratica, dialogica del testo di Don Milani, nato proprio attraverso il lavoro collettivo del religioso e dei suoi allievi.
Ciò che ne viene fuori è uno spettacolo che dimostra tutta l’attualità del testo di Milani, pur – e qui sta il grande merito – senza attenuare in alcun modo l’elemento “di classe” in esso presente, ma anzi mettendolo al centro del lavoro, come a dire che le discriminazioni di classe all’interno della scuola (e della società) italiana non sono qualcosa di remoto, ma una minaccia sempre presente, pur se a volte in forme diverse.
A fianco dell’ottimo Giancarlo Monticelli (Don Milani) i tre giovani interpreti (Beniamino Musto, Nicola Ciammarughi, Jacopo Rossi) si muovono con disinvoltura riuscendo a dare allo spettacolo una fluidità che evita il pericolo più grande, il didascalismo.
La regia è di Maurizio Maravigna, un personaggio da anni impegnato in esperienze di “teatro di base” a Milano, che ha saputo infondere in questo, come nei suoi precedenti spettacoli il suo grande senso scenico e la sua enorme capacità di lavoro con gli interpreti (spesso alle prime armi).
La rappresentazione concepita per ricordare Don Milani nel quarantesimo anno dalla sua scomparsa, segue di pochi anni uno spettacolo analogo dello stesso Maravigna, Come Maestro, ispirato ad un altro testo fondamentale del Priore di Barbiana, L’obbedienza non è più una virtù.


Lo spettacolo dura solo fino a lunedì purtroppo, e, data la scarsa capienza della sala è necessaria la prenotazione. Nelle intenzioni dei promotori, tuttavia lo spettacolo è replicabile in altri spazi e in altri contesti, per chiunque ne faccia richiesta.
Insomma una buona occasione per conoscere meglio l’opera di una delle personalità più importanti, non solo della Chiesa, ma della storia dell’Italia dell’(ormai) secolo scorso.


Per info: Teatro Trebbo, via de Amicis 17
tel 02-58105512
info@trebbo.it

martedì 13 marzo 2007

ABU OMAR, UNO SCANDALO CHE NON FA ABBASTANZA SCANDALO

Ben due notizie nelle ultime settimane hanno riportato agli onori della cronaca il controverso caso Abu Omar. La prima, la più nota, è, il rifiuto del governo americano di concedere l’estradizione dei 26 agenti della Cia rinviati a giudizio dalla procura di Milano. Un rifiuto che non giunge certo inaspettato e non soltanto perché si inserisce in una consuetudine di rapporti tra dipartimento di stato americano e giustizia italiana - si vedano a proposito il caso Calipari e la tragedia del Cermis. Ma anche – e soprattutto - perché a Washington non è stata inoltrata alcuna richiesta ufficiale del governo italiano. Il non certo coraggioso ministro Mastella ha infatti deciso di non procedere ad alcuna rogatoria ufficiale, non dimostrandosi in questo molto diverso dal suo predecessore Castelli che non si pronunciò mai a favore del rientro in Italia del terrorista nero Delfo Zorzi.

La seconda notizia – più incoraggiante – è invece la presentazione al parlamento europeo di una relazione sulle extraordinary renditions, frutto del tenace lavoro del deputato diessino Claudio Fava. Questa relazione, approvata con una discreta maggioranza esprime una recisa condanna degli oltre 1245 voli “straordinari” decollati negli ultimi anni da e verso gli aeroporti di 12 stati europei. Voli che servivano a trasportare i presunti terroristi (molti dei quali presto scagionati) all’estero, a farsi interrogare in outsorcing, cioè per conto degli americani, ma lontano dagli Stati Uniti. In paesi come la Libia o l’Egitto nei quali, a quanto pare, l’”esportazione della democrazia” tanto cara agli Usa non è mai avvenuta completamente, ed è ancora possibile, all’occorrenza, torturare un po’ i detenuti.

Malgrado questa ripresa d’interesse dei media per il caso Abu Omar, è tuttavia probabile che non tutti conoscano a fondo i dettagli della vicenda. Ripercoriamoli brevemente. Il 17 febbraio del 2003 Abu Omar viene “prelevato” a Milano in via Guerzoni, a due passi dalla moschea di Viale Jenner. All’epoca, il cittadino egiziano ha 40 anni ed è in Italia addirittura come rifugiato politico, in quanto appartenente, nel suo paese, all’opposizione filo-integralista di Al Jama’a Al Islamica che gli Stati Uniti ritengono un braccio operativo di Al-Qaeda. Secondo il pm D’Ambruoso che all’epoca sta indagando su di lui per i sospetti di terrorismo, Abu Omar è avvicinato da un gruppo di 17 persone e caricato su un furgone bianco. Da qui viene trasportato alla base di Aviano, dove è interrogato e sottoposto a violenze. Poi tre diversi aerei lo portano in tre tappe al Cairo. Nella capitale egiziana gli viene proposto di lavorare come infiltrato per i servizi segreti americani. In questo modo potrebbe ritornare in Italia in 48 ore. Abu Omar ovviamente rifiuta e inizia allora per lui un periodo di torture durissime: viene sottoposto a rumori fortissimi che li provocano danni all’udito, viene rinchiuso in saune e celle frigorifere, viene appeso a testa in giù e gli vengono applicati elettrodi ai genitali. Poi il 20 aprile lo lasciano libero, ma intimandogli di non parlare con nessuno. Divieto che il prigioniero contravviene ritrovandosi così nuovamente in carcere dove rimarrà fino al febbraio di quest’anno.

La prima e più ovvia domanda che si pone rispetto a tutta questa vicenda è chi siano davvero gli autori del sequestro. In altre parole, la Cia ha agito da sola o ha trovato se non un aiuto concreto, perlomeno una sponda nei servizi segreti italiani? Non è un mistero per nessuno infatti che l’intelligence statunitense in questi anni abbia dato vita in numerosi paesi ai famigerati Ctic (Counter Terrorism Intelligence Centers) sorta di agenzie congiunte tra nuclei operativi degli Cia e servizi segreti stranieri, con l’obbiettivo di contrastare il terrorismo. A Parigi l’Alliance Base ha addirittura riunito in una sorta di multinazionale dello spionaggio agenti francesi, inglesi, australiani e canadesi. E non pochi analisti hanno messo in correlazione questi organismi con la politica delle extraordinary renditions. Anche in Italia è avvenuto qualcosa di simile?
Secondo gli inquirenti (il giudice D’Ambruoso prima e poi i procuratori aggiunti Spataro e Pomarici, succedutigli nel corso dell’inchiesta), il sequestro di Abu Omar sarebbe stato un progetto di Jeff Castelli, all’epoca responsabile Cia in Italia, il quale avrebbe trovato una sponda nell’ex capo del Sismi Niccolò Pollari, e nel suo braccio destro Marco Mancini - quest’ultimo è implicato anche in un’altra inchiesta che ha fatto scandalo negli ultimi tempi, quella sulle intercettazioni abusive in casa Telecom.
Secondo quanto emerso dalle indagini di Spataro e Pomarici, Mancini, uno spregiudicato ex-maresciallo dei carabinieri resosi protagonista di un’ascesa rapidissima all’interno del Sismi – tanto da diventarne in brevissimo tempo il responsabile per il Nord-Italia – avrebbe provveduto poco prima del sequestro a rimuovere tutti i capicentro del servizio segreto nel Nord-Italia rimpiazzandoli con propri uomini fidati, disponibili a partecipare anche ad «attività non-ortodosse» (quali per l’appunto, un rapimento).
Così il Sog (Special Operation Group) entrato in azione quel 17 febbraio 2003 per rapire Abu Omar avrebbe avuto l’esplicito sostegno del Sismi, e ne avrebbe addirittura fatto parte un maresciallo dei Ros, Luciano Pironi (detto Ludwig) vicino al capoantenna della Cia a Milano, Robert Seldon Lady.
L’ordine di assecondare e agevolare il sequestro, in ogni caso, sarebbe venuto dall’alto, dallo stesso Pollari, il quale infatti figura nel registro degli indagati accanto al generale Gustavo Pignero (suo n. 2 all’epoca dei fatti) allo stesso Marco Mancini e ai 26 agenti Cia (tra i quali Seldon Lady e Castelli). Pollari ha ripetuto più volte di non potersi difendere, poiché per farlo sarebbe costretto a desecretare alcuni documenti coperti da segreto di stato. Ipotesi che ha ricevuto un inquietante bocciatura bipartisan, che va dai maggiorenti di Forza Italia al vicepresidente del consiglio Francesco Rutelli. Una dichiarazione di Fabrizio Ghioni, dirigente della sicurezza Telecom indagato nell’inchiesta parallela sulle intercettazioni Telecom, secondo le quale Mancini avrebbe ottenuto il via libera addirittura dall’ex-sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, getta un’ombra sinistra sulle possibili ragioni di questo rifiuto.
In ogni caso sotto accusa è tutta la gestione del Sismi degli ultimi anni, gli anni del tandem Pollari-Mancini Al troncone principale dell’inchiesta sul caso Abu Omar s’intrecciano infatti altre inchieste e altre vicende dai contorni sinistri. Come quella dell’ufficio di Via Nazionale, sorta di centrale organizzata del depistaggio in cui ai comandi dell’enigmatico Pio Pompa rispondevano addirittura alcuni giornalisti, come Renato Farina alias agente Betulla, il cui ruolo nel “ritardare” e confondere le indagini sul caso Abu Omar sarebbe stato tutt’altro che di secondo piano. O come la vicenda Nigergate (il finto dossier che avrebbe provato il possesso di armi nucleari da parte di Saddam Hussein, fabbricato, a quanto pare, proprio dagli 007 italiani). E ancora il caso Telekom Serbia (comprensivo dei vari Scaramella di turno), il già citato caso delle intercettazioni illegali in casa Telecom e poi tutta una serie di presunti allarmi terroristici sventati e subito rivendicati come grandi successi dei nostri servizi segreti ma sulla cui reale autencità in molti hanno espresso seri dubbi (si vedano il caso della sfuggente scuola di kamikaze scoperta a Milano e quello degli attentati ai giochi olimpici di Torino e alla stazione Centale di Milano).
Insomma, quello che si delinea è, senza grandi giri di parole, il quadro della più grave crisi di credibilità dei nostri servizi segreti dai tempi delle trame nere, dello stragismo e di Gladio. Una crisi alla quale il governo di centro-sinistra in carica ha risposto con un atteggiamento ondivago e ambiguo finendo addirittura per promuovere i personaggi sui quali gravano le accuse più serie (come Pollari divenuto nientemeno che consigliere di Stato, o Pio Pompa, finito a lavorare al ministero della Difesa).
Nella Spagna della deriva zapaterista (che come deriva è certamente sui generis visto il grande impegno profuso per la tutela dei diritti umani) un caso di extraordinary rendition similare ha fatto saltare il segreto di stato.
La revisione del segreto di stato è peraltro presente (insieme ad un’idea di riforma globale dei servizi segreti) anche a pag. 81 del programma dell’Unione. Ma in tempi di Prodi bis e tavole della legge imposte dall’alto finirà con buona probabilità nel dimenticatoio (ovviamente with a little help from Rossi&Turigliatto…)
Quanto poi alle implicazioni di tutto ciò sui nostri rapporti con il grande alleato a stelle e strisce, il discorso ci porterebbe lontano. Ci costringerebbe a riflettere su quella strana parola che più di ogni altra sembra aver avuto negli ultimi tempi interpretazioni contrastanti e slittamenti semantici: discontinuità.

(Articolo scritto per la rivista on-line Fusi Orari)

lunedì 12 marzo 2007

NAZISTI VENEZUELANI A SPASSO PER L'ITALIA

Il fatto che l’informazione italiana rispetto al tetro quinquennio berlusconiano sia più libera non significa ipso facto che sia sempre di qualità migliore. E così può accadere che nazisti venezuelani possano andarsene a spasso per Radio e giornali italiani, venendo accreditati come campioni dell’antichavismo moderato. (Ed anche, che pur essendo sospettati di aver organizzato un’attentato contro Papa Woityla, vadano a braccetto con Cesa nel nome della democrazia in Venezuela). Essere antisemiti, incitare al colpo di stato, sostenere che l’America Latina debba tornare ai militari, tutto va bene purchè sia in funzione anti-Chavez. Anche un nazista come Alejandro Peña Esclusa. Leggete questa storia incredibile nell’articolo di Gennaro Carotenuto a questo link.

domenica 11 marzo 2007

NOTIZIE DALLE ANDE

Due notizie arrivano dalla zona andina. Entrambe inquietanti.

La prima viene dal Perù di Alan Garcia. Quest’ultimo, una decina di giorni fa, presentando un’importante opera pubblica che porterà l’acqua alla zona di Huaycán non si è fatto problemi a definire i poveri del proprio paese “parassiti”. “Smettano di stendere la mano per vedere se piove, smettano di chiedere, che questo lo fanno solo i parassiti” ha dichiarato infatti il presidente peruviano ed ha continuato: “Dammi lavoro, dammi acqua potabile, dammi reti fognarie. Cosa vuoi che ti dia ancora? Crescete con i vostri sforzi , lavorando uniti e smettetela di chiedere, perchè questo vi fa diventare dei parassiti”. Una concezione sui generis di quello che dev’essere il ruolo dello Stato nei confronti dei cittadini, da parte di questo cinquantottenne, che il nostro D’Alema ha definito «un esponente storico della sinistra latinoamericana». Chissà forse sarà la cattiva coscienza per aver già ridotto sul lastrico una volta il Perù con politiche liberali e corruzione che lo spinge a mettere le mani avanti e ad uscirsene con questo bel discorsetto tatcheriano, dall’indiscutibile contenuto umano e solidale. In ogni caso, che ne pensino, i milioni di peruviani che l’hanno votato, l’Alan Garcia che prometteva grandi cose al suo popolo durante i suoi balconazi di più di vent’anni fa è decisamente morto e sepolto.


La seconda notizia invece arriva dall’Ecuador e pone non pochi grattacapi a chi come il sottoscritto aveva visto nell’elezione di Raffael Correa a presidente una svolta per lo stato sudamericano. Già in passato alcune dichiarazioni un po’ ambigue di Correa sul superamento dei partiti e sull’indifferenza verso la prassi parlamentare avevano dato un po’ da riflettere, ma certo non inficiavano l’ammirazione per una serie di scelte importanti, come quella del non rinnovo della base militare statunitense di Manta o quella di dare il via ad un’assemblea costituente sul modello di quella venezuelana del ’98 o di quella attuale boliviana.
Ora la decisione del Tribunale Elettorale di destituire 57 deputati dell’opposizione che hanno tentato di boicottare la Costituente (con tanto di cordoni di polizia che hanno vietato l’ingresso in Parlamento dei parlamentari “decaduti”), che – avendo ricevuto il plauso di Correa - prefigura qualcosa di simile a un “golpe tecnico”, pone parecchie perplessità a chi in questi ultimi tempi ha creduto nella possibile affermazione di un socialismo democratico – simile a quello che pur con molte difficoltà si sta realizzando in Venezuela e Bolivia - anche in Ecuador. La situazione è ovviamente ancora in evoluzione e non è possibile dare giudizi definitivi. Inoltre va segnalato che i 57 destituiti si erano macchiati in precedenza di una grave ingerenza da parte del parlamento ecuadoriano nei confronti del potere giudiziario, chiedendo le dimissioni di Jorge Acosta, il presidente del tribunale elettorale, il quale aveva appoggiato il progetto della Costituente, pur provenendo dalle file del Partito Sociedad Patriotica, uno dei raggruppamenti dell’opposizione. In ogni caso la crisi non sembra facilmente sanabile, almeno in via democratica, data l’assenza di una maggioranza in Parlamento, da parte del presidente Correa.
Vi invito comunque ad approfondire la questione con l’articolo di Maurizio Campisi dal blog America Latina, e quello (di segno opposto) di Selvas.

sabato 10 marzo 2007

8 MARZO A TEHRAN

Forse è così. Dell’Iran se ne parla solo quando fa comodo. Quando è utile per sostenere la politica del governo israeliano o di quello americano nella regione o, viceversa, per screditare quella del governo venezuelano – senza nulla togliere alla gravità delle posizioni negazioniste del presidente Ahmadinejad, ovviamente.
Degli studenti che protestavano contro il sedicente convegno storico sulla shoah lo scorso dicembre a quanto pare ce ne siamo dimenticati assai presto – né sorte migliore aveva avuto il grande movimento giovanile per la democrazia e la libertà d’espressione del 2003, quando al governo c’era ancora Khatami.
Allo stesso modo l’altro ieri non pare che i grandi mezzi di comunicazione abbiano deciso, nel solito tripudio di mimose a reti unificate, di volgere lo sguardo alla repubblica islamica governata da Ahmadinejead.
Nel giorno della festa della donna meglio presentare i soliti modelli di donne fintamente emancipate, rampanti e in carriera, magari detentrici di mascolini titoli sportivi…perché rovinarsi la festa con le brutte notizie in arrivo da Terhan, con la storia di un gruppo di attiviste femministe, arrestate per “attentato alla morale islamica” (sigh) e sbattute nel tremendo carcere di Evrin? …Meglio lasciar perdere. Non serve a lanciare anatemi in favore della lotta al terrorismo internazionale, né a rinfocolare la solita storia dello scontro di civiltà (anzi semmai il contrario, proprio perché dimostra che i paesi islamici non sono monolitici come si vuole fare credere, ma invece molto si muove al loro interno...) Quindi meglio lasciar perdere. E chissenefrega se queste donne lottano dal giugno scorso, nell’indifferenza generale, per il riconoscimento dei loro diritti più basilari, come quello al divorzio, alla possibilità di custodia dei figli, all’uguaglianza di fronte alla legge, all’abolizione della poligamia.
Non vogliono essere donne di successo, non vogliono stare al centro della scena, in ossequio ai nostri baluginanti modelli di vita occidentali, ma vogliono solo vedersi riconosciuti i propri diritti e la propria dignità. E quindi non c’interessano.

Per chi vuole saperne di più consiglio questi due articoli:

http://www.megachip.info/modules.php

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=64192

venerdì 9 marzo 2007

BEM-VINDO Á BRASIL, MR. BUSH!

mercoledì 7 marzo 2007

OSSIMORO VATICANO

Qui lo dico e non lo nego: che un ordinario militare (che possiede in quanto ordinario le stellette di generale di corpo d’armata) sia eletto presidente della Cei, quindi che sia ai vertici della Chiesa Italiana, è quantomeno un ossimoro. Oltrechè uno scandalo e un oltraggio al Vangelo, per chi crede. Se S. Pietro rinnegò tre volte Gesu Cristo prima che il gallo cantasse, Bagnasco lo rinnega tutti i giorni, portando su di sé quella carica infame, contraria allo spirito del Vangelo…


Ah Don Lorenzo milani, ci fossi ancora tu ad esecrare questa Chiesa preconciliare, reazionaria e (diciamocela tutta) anche un po’ anti-evangelica…

lunedì 5 marzo 2007

UNO SU DUE

Prima di morire Tiziano Terzani scrisse che la brutta malattia che aveva contratto era un baluardo contro la banalità del quotidiano, un’occasione per ripensare la propria vita sotto un’ottica diversa, alla luce di una nuova consapevolezza. Forse è da qui che prende le mosse Uno su Due il nuovo film di Eugenio Cappuccio, quarantaseienne regista romano, già assistente di Fellini sul set di pellicole come Ginger e Fred e La Voce della Luna.
Lorenzo Maggi (Fabio Volo) è un avvocato rampante, apparentemente sicuro di sé e ad un passo da quello che crede l’affare della propria vita. Ha una fidanzata, Silvia (Anita Caprioli), a cui non tiene molto e un socio, Paolo (Giuseppe Battiston), molto meno spavaldo e sicuro di lui. Un giorno, dopo una causa vinta in tribunale, uno svenimento improvviso. In ospedale i medici portano Lorenzo in oncologia: una biopsia svelerà se si tratta di cancro al cervello.
Tutto il film è imperniato sull’angosciosa attesa da parte del protagonista del responso finale, il cui esito ovviamente non sveliamo. Uno su due è infatti la percentuale di persone che guariscono da malattie neoplastiche, così come la quantità media di casi benigni.
Ma uno su due sta anche a indicare la scoperta - nel riesame complessivo della propria vita innescato dal confronto angoscioso con la morte - dell’altro sé, il sé rimosso da superficiali ambizioni di carriera e successo. Di fronte a questo sé sopito Lorenzo dovrà decidere quale dei due sé scegliere. Perché solo uno dei due può farcela. Vincerà quello autentico sotto la patina di superficialità ed arrivismo, o quello brillante e di successo, ma vuoto e insipido?
Cosi come in Volevo solo dormirle addosso Cappuccio ci presenta un personaggio nel momento fatidico della crisi, nel momento della catastrofe in cui convinzioni e valori precipitano e lasciano l’uomo nudo di fronte a sé stesso. Ma se nel film precedente la crisi era confinata su un piano etico-professionale qui è globale, a 360 gradi. E si dipana in un progressivo itinerario di consapevolezza, non solo interiore ma anche “geografico” – come lo spettatore scoprirà vedendo il film –, grazie all’incontro tra il protagonista e Giovanni (Ninetto Davoli), un ex-camionista malato di cancro, per il quale Lorenzo avrà l’opportunità di far qualcosa di molto importante. Qualcosa che gli permetterà davvero di spiccare il volo, in un senso a un tempo metaforico e reale.
Insomma, dopo i toni di commedia brillante di Volevo Solo dormirle addosso Cappuccio punta alto, scegli temi quasi tolstojani e un registro che vira dall’iniziale satira di costume al dramma e al road-movie. Non tutto è risolto ovviamente. Anche se assistito da un Fabio Volo in stato di (imperfetta) grazia, da una buona prova di Anita Caprioli e da uno straordinario Ninetto Davoli qui protagonista di una metamorfosi prodigiosa rispetto ai consueti ruoli urlati di borgotaro o pasoliniano ragazzo di vita, l’intento del regista si realizza solo in parte. I limiti di un linguaggio troppo spesso virtuosistico che non lesina tutti i vezzi possibili - dalle inquadrature deformate, ai ralenti all’uso di musiche inquietanti - sono sotto gli occhi di tutti. Ma nondimeno il film riesce a raggiungere spesso un effetto di sobria intensità.
Pur con tutti i suoi difetti allora (primo fra tutti un finale pomposo e retorico) il film di Cappuccio è da promuovere senza esitazioni. Principalmente per il coraggio nella scelta di un argomento che non ha alcun appeal e che difficilmente viene affrontato dal cinema italiano: il tema della malattia o ancora meglio in questo caso, della percezione della malattia, del vissuto angoscioso di chi è atteso da un destino di sofferenza. E poi, per l’esibita volontà di fare un cinema che, pur con interpreti di richiamo, non senta il bisogno di rassicurare o risultare gradevole al pubblico. Se questo è il prodotto medio che il cinema italiano può produrre in questo periodo, viva il cinema italiano.

(Articolo scritto per la rivista Fusi Orari, www.fusiorari.org).

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