lunedì 1 ottobre 2007

MESSICO - DEMOCRAZIA ALLA DERIVA?

Censurata la presidente della Camera. Anche questo, a quanto pare, è successo nel nuovo Messico di Felipe Calderón, il presidente andato al potere lo scorso autunno tra giganteschi sospetti di brogli elettorali.
E’ accaduto lo scorso 1 settembre, ma non ha purtroppo avuto lo spazio che meritava sui media internazionali. Era il giorno della presentazione in Parlamento dell’annuale informe del presidente della Repubblica. La cerimonia voleva che Ruth Zavaleta, la presidente della Camera ricevesse direttamente l’informe dalle mani di Calderón. Ma la Zavaleta, appartenente al PRD, il partito di centrosinistra “frodato” alle ultime elezioni politiche, aveva annunciato da giorni che appena prima della consegna avrebbe pronunciato un discorso motivando il proprio rifiuto a ricevere l’informe dal presidente – lasciando così l’incarico al vice. Quindi sarebbe uscita dall’aula parlamentare insieme a tutti i compagni di partito del PRD, in segno di protesta contro l’illegittimità dello stesso Calderón.
Ed invece all’ultimo momento un inquietante “problema tecnico” ha colpito il CEPROPIE (Centro de Producción de Programas Informativos y Especiales de la Presidencia de la República), l’organo presidenziale incaricato di riprendere la cerimonia, impedendo a Televisa e Tv Azteca, le due uniche tv nazionali in chiaro del paese di trasmettere l’avvenimento.
Inconveniente (ovviamente) risolto subito, giusto in tempo per poter mandare in onda la consegna della relazione da parte di Calderón. Ma nel frattempo tanto il polemico discorso della Zavaleta, che l’uscita dall’aula dei parlamentari del PRD era stata oscurata a milioni di messicani che in diretta Tv stavano seguendo l’avvenimento.


Davvero solo un incidente? E’ difficile crederlo dal momento che l’episodio rappresenta soltanto l’ultimo di una lunga serie di inquietanti segnali sul (cattivo) stato della democrazia messicana e sui limiti della libertà di espressione nel paese.

Il biglietto da visita del nuovo Messico “legge & ordine” lo si era avuto lo scorso autunno. Il passaggio di consegne tra Fox – l’ex- presidente messicano, compagno di partito (PAN) di Calderón - non era ancora ultimato che già la mattanza di Oaxaca riempiva le pagine dei giornali. La protesta di questa tranquilla città del sud contro il proprio governatore corrotto e autoritario veniva repressa nel sangue, con l’aiuto di reparti speciali della Policia Federal Preventiva mandati appositamente da Città del Messico. Più di venti i morti, centinaia gli arresti e le deportazioni forzate in carceri speciali a centinaia di chilometri di distanza, decine le denunce di torture e violenze, secondo auterevoli organizzazioni per i diritti umani come le messicane RODH (Red oaxaqueña por los derechos humanos) e LIMEDDH (Liga mexicana por la defensa de los derechos humanos) ed Amnesty International.

Niente di nuovo purtroppo nel Messico attuale: già a maggio 2006 un’analoga repressione aveva colpito gli abitanti di San Salvador Atenco nell’entroterra di Città del Messico (rei di opporsi al progetto di costruzione di un centro commerciale) e ancora prima l’esercito aveva soffocato nel sangue, nello stato di Michoacán, una serie di scioperi dei minatori. Ma con qualcosa in più: i segni di un‘escalation repressiva, il campanello d’allarme sul pugno di ferro in agguato contro i movimenti sociali che avevano accompagnato la lunga contesa elettorale chiusasi poco prima, tra evidenze di brogli di tutti i tipi.
E a “rincarare la dose” poco dopo, il neopresidente Calderón era apparso alla televisione in abiti militari – cosa mai avvenuta in precedenza nella storia recente del Messico – e aveva quindi proposto una serie di riforme in materia di sicurezza tra cui l’aumento dello stipendio dei militari e la possibilità di realizzare intercettazioni telefoniche e perquisizioni senza mandato. Subito dopo aveva proceduto alla nomina del controverso Ramírez Acuña (sul suo capo pesano ben 640 denunce di tortura) a ministro degli Interni e al raddoppio degli effettivi della Policia Federal preventiva.

Negli ultimi mesi tanto Amnesty International che Human Rights Watch hanno segnalato frequenti violazioni dei diritti umani nel paese così come un atteggiamento di patente impunità rispetto agli abusi rilevati nelle vicende di Atenco e Oaxaca. Soprattutto, a detta delle due organizzazioni per i diritti umani, particolare preoccupazione desta l’escalation di violenza nei confronti dei giornalisti che mette a serio rischio la possibilità di libera informazione nel paese centroamericano.
Nel solo 2006 infatti, in Messico, sono stati uccisi ben 9 giornalisti – peggio è andata solo in Iraq – e nei primi mesi del 2007 ne sono già stati ammazzati o fatti sparire altri 4. Casi di censura, spionaggio e intimidazione sono stati riportati in diverse regioni del paese – da Puebla, a Guanajuato a Sonora.

Ed è anche il sistema radiotelevisivo del paese a essere sul banco degli imputati. Le uniche due televisioni nazionali in chiaro – Televisa e Tv Azteca- che configurano di fatto un duopolio, sono entrambe legate a doppio filo al PAN, il partito di governo. Nella campagna elettorale che ha portato alla contestata vittoria di Calderón, queste ultime, violando ogni possibile rispetto della par condicio, hanno scagliato contro gli spettatori messicani qualcosa come due milioni di spot a favore del candidato del PAN, infilandoli in mezzo a qualunque trasmissione, dalle telenovele alle cronache di eventi sportivi. Chiunque abbia avuto modo di vedere le due emittenti almeno una volta conosce il loro potere deformante della realtà: in un paese popolato al 90% da meticci, pressoché qualunque trasmissione viene condotta da bianchi.

E triste così constatare che tra minacce di repressione nei confronti dei movimenti sociali, violazioni ripetute dei diritti umani, assenza di trasparenza, il Messico, unico paese dell’America Latina a non aver conosciuto nella sua storia recente dittatori sanguinari, desaparecidos di massa e violente insurrezioni militari – malgrado alcuni gravi episodi di guerra sporca come la strage della Piazza delle Tre Culture – si avvii a diventare fanalino di coda tra i paesi al di sotto del Rio Bravo. Mentre l’America del Sud inizia finalmente a conoscere elezioni trasparenti, pace sociale, rispetto dei diritti umani (si veda per esempio la fine dell’impunità per i torturatori della dittatura in Argentina) il Messico sembra sempre più retrocedere ed imboccare una pericolosa deriva autoritaria, che lo allontana dagli importanti progressi del resto del subcontinente.

Articolo scritto per la rivista on-line Fusi Orari.

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1 commento:

Antonio Pagliula ha detto...

complimenti francesco,
ottima analisi, purtroppo è tutto vero, questo governo calderon sta minando seriamente le già fragili basi democratiche messicane...

considera che anche la festa dell'indipendenza (lo scorso 15 sett) è stata militarizzata dal governo. Lo Zocalo del df è stato riempito di militari per controllare/evitare le proteste organizzate dal prd, mirate a protestare contro il "grito" di calderon,considerato illegittimo.

ecco le foto che ho scattato in quella occasione nello zocalo:

http://verosudamerica.blogspot.com/2007/09/fotostory-15-settembre-2007-festa.html

http://verosudamerica.blogspot.com/2007/09/citt-del-messico-la-militarizzazione.html

un saluto dal messico

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