ITALIA E SPAGNA SEMPRE PIU' VICINE, GRAZIE A BERLUSCONI!

Silvio Berlusconi Radio Montecarlo 15 aprile
Magdalena Alvarez ministro spagnolo delle Infrastrutture, 16 aprile

L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l'utopia? A questo: serve per continuare a camminare. (Eduardo Galeano)
Magdalena Alvarez ministro spagnolo delle Infrastrutture, 16 aprile
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La notizia la conoscete tutti: Gianni Vattimo, il filosofo teorico del pensiero debole è da oggi il primo (e ancora unico fortunatamente!) firmatario di una petizione contro la protesta dei monaci buddisti in Tibet e – nello specifico - contro il presunto “attacco mediatico occidentale” mirante ad occultare (sic!) quanto realmente sta avvenendo in Cina. Attacco mediatico che – secondo l’appello – si configurerebbe come una «versione aggiornata del piano imperialista inglese contro la Cina».
Ma Vattimo sarebbe disposto un domani a fare lo stesso discorso di fronte a un' ipotetica invasione statunitense della teocraticissima – e per nulla democratica – Repubblica islamica dell’Iran?
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Esattamente come fece quarant’anni fa, alla vigilia dei Giochi Olimpici di Città del Messico, il sanguinario governo di Diaz Ordaz con la violenta repressione di Piazza delle Tre Culture, così il governo cinese ha deciso oggi di fare un po’ di pulizia preventiva, reprimendo nel sangue le proteste tibetane – forte tra l’altro della recentissima decisione del governo statunitense di escludere il paese asiatico dal novero degli stati che, nel mondo, ledono i diritti umani. Ma in ogni caso gli sportivi non si preoccupino: come non vennero boicottate le Olimpiadi di Berlino ’36, né quelle messicane del ’68 e neppure i mondiali del ’78 nell’Argentina dilaniata da Videla & soci, così niente e nessuno fermerà il carrozzone di Pechino 2008 e i suoi molteplici giri d’affari. Lo spettacolo deve continuare. Anche se gronda sangue.
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Le idealizzazioni sono sempre fuorvianti e certamente Zapatero non è la panacea di tutti i mali, né per la Spagna, né per l’Europa, né tantomeno per la sinistra europea sempre più carente di idee e proposte forti. Ma in ogni caso vi immaginereste una cosa simile in Italia? Sarebbero subito spuntati fuori una Lucia Annunziata o un Capezzone qualsiasi a dire di stare attenti “perché così si favorisce Berlusconi”…
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La vicenda risale al 1996. Allora nel paese centrafricano scoppiò una gigantesca epidemia di meningite (ed in subordine altri gravi focolai di colera e morbillo).
Ora il tribunale di Kano chiede alla Pfizer un indennizzo di 2,7 miliardi di dollari, all’interno dei quali rientrano 25 milioni di dollari come rimborso per le spese sostenute dallo stato nigeriano per curare i bambini usati come cavia, 350 milioni di dollari per le spese in aiuto alle vittime e ulteriori 200 milioni per sradicare i pregiudizi che l’episodio ha causato tra la popolazione del paese. Proprio questa vicenda è infatti alla base del fallimento di alcune campagne di vaccinazione contro la poliomielite promosse dall’Oms negli ultimi anni – fenomeno tutt’altro che trascurabile se si considera che
Di fronte a queste pesantissime accuse la strategia di difesa scelta dalla multinazionale appare straordinariamente debole. La corporation continua a sostenere da una parte che i decessi sarebbero stati causati dalla meningite e non dai i farmaci (cosa che tuttavia è stato messa in discussione nel 2001 dal rapporto di un comitato di esperti pubblicato l’anno scorso dal Washington Post ) e dall’altra che comunque il protocollo della sperimentazione era conforme alla legge nigeriana. Come a dire, che se anche
Il succitato rapporto del 2001 usa peraltro parole piuttosto franche e inequivocabili: parla di “sfruttamento dell’ignoranza” delle persone coinvolte e di “test illegale di un farmaco non registrato”, dal momento che il Trovan non era mai stato somministrato in precedenza a persone affette da meningite.
E’ proprio sulla base di questo dossier che alcune famiglie nigeriane presentarono nel numano e degradante". Tuttavia il giudice non diede luogo a procedere sostenendo di non aver giurisdizione sulla materia.
Ora invece a Kano il processo si è finalmente messo in moto, malgrado il boicottaggio aperto della multinazionale, la quale è riuscita a rimandare la prima udienza di alcuni mesi (da luglio a ottobre) per vizi di forma.
Nel frattempo però la stessa Pfizer è finita nel mirino anche dello stesso governo nigeriano. Quest’ultimo lo scorso giugno, ha intentato causa alla multinazionale presso una Corte Federale di Abuja (la capitale del paese), chiedendo una cifra più di due volte superiore a quella richiesta dal tribunale di Kano: 7 miliardi. Le ragioni addotte dal governo sono le stesse così come uguale appare la strategia ostruzionistica della corporation: quest’ultima ha infatti presentato un’ingiunzione presso il tribunale di Lagos (seconda città della Nigeria) che di fatto impedisce alla polizia di portare in tribunali i funzionari della compagnia.
La corte Federale di Abuja ha cosi aggiornato il caso al prossimo 28 gennaio.
E’ difficile prevedere quale sarà l’esito dei due processi ed in particolare di quello intentato dal governo. Un verdetto di condanna della multinazionale potrebbe davvero configurarsi come un precedente storico e di certo la corporation americana farà di tutto per evitarlo. In ogni caso il danno di immagine subito non è certamente sottovalutabile e si auspica che almeno quest’ultimo possa davvero fungere da precedente e rafforzare la vigilanza sull’operato delle multinazionali occidentali nei paesi dell’Africa subsahariana.
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…
Nella striscia di Gaza. Esiste nei blocchi umilianti degli israeliani che impediscono ai palestinesi di raggiungere il lavoro, che non permettono alle merci di raggiungere i mercati, che fanno sì che i prodotti agricoli marciscano bloccati ai valichi dei territori…esiste nei morti che muoiono perchè qualcuno impedisce loro di arrivare in tempo all’ospedale, nel carburante che non arriva alle stazioni di rifornimento, nella pancia della gente che rischia la fame perché non le arriva farina, riso, pane…
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Un caso isolato vero? Già.
Probabilmente isolato come quello delle Halliburton di Dick Cheney, guardacaso azienda leader nel boom della ricostruzione in Iraq. O come quello dell’azienda di Rumsfeld che produsse millioni di vaccini contro l’aviaria per combattere un’epidemia che – stranamente – si scoprì poi essere sovradimensionata. Per non parlare dei legami a doppia filo della dinastia Bush con le lobby dei petrolieri e dei produttori di armi negli Usa: tutte casualità vero?
Oppure vogliamo ricordare l’ex ministro alla giustizia Alberto Gonzales? Quello che “si sceglieva” i procuratori? Al confronto Mastella è un dilettante...
Tutti casi isolati, variabili impazzite nella grande culla della democrazia, vero?
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La maggiorparte dei telespettatori l’avrà sentita senza farci caso, come d’abitudine. A furia di sentirselo dire che la spesa pubblica è un problema, ormai ne siamo tutti convinti. La spesa pubblica è un problema. Ma la spesa pubblica è davvero un problema?
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Con il dovuto senso del relativo fa sorridere che in Italia – dove è in atto parimenti una minaccia, seppur più blanda, alla laicità dello stato – non siano scese in piazza neanche un quinto delle persone presenti a quel corteo.
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La seconda notizia – più incoraggiante – è invece la presentazione al parlamento europeo di una relazione sulle extraordinary renditions, frutto del tenace lavoro del deputato diessino Claudio Fava. Questa relazione, approvata con una discreta maggioranza esprime una recisa condanna degli oltre 1245 voli “straordinari” decollati negli ultimi anni da e verso gli aeroporti di 12 stati europei. Voli che servivano a trasportare i presunti terroristi (molti dei quali presto scagionati) all’estero, a farsi interrogare in outsorcing, cioè per conto degli americani, ma lontano dagli Stati Uniti. In paesi come
perlomeno una sponda nei servizi segreti italiani? Non è un mistero per nessuno infatti che l’intelligence statunitense in questi anni abbia dato vita in numerosi paesi ai famigerati Ctic (Counter Terrorism Intelligence Centers) sorta di agenzie congiunte tra nuclei operativi degli Cia e servizi segreti stranieri, con l’obbiettivo di contrastare il terrorismo. A Parigi l’Alliance Base ha addirittura riunito in una sorta di multinazionale dello spionaggio agenti francesi, inglesi, australiani e canadesi. E non pochi analisti hanno messo in correlazione questi organismi con la politica delle extraordinary renditions. Anche in Italia è avvenuto qualcosa di simile?
Secondo gli inquirenti (il giudice D’Ambruoso prima e poi i procuratori aggiunti Spataro e Pomarici, succedutigli nel corso dell’inchiesta), il sequestro di Abu Omar sarebbe stato un progetto di Jeff Castelli, all’epoca responsabile Cia in Italia, il quale avrebbe trovato una sponda nell’ex capo del Sismi Niccolò Pollari, e nel suo braccio destro Marco Mancini - quest’ultimo è implicato anche in un’altra inchiesta che ha fatto scandalo negli ultimi tempi, quella sulle intercettazioni abusive in casa Telecom.
Secondo quanto emerso dalle indagini di Spataro e Pomarici, Mancini, uno spregiudicato ex-maresciallo dei carabinieri resosi protagonista di un’ascesa rapidissima all’interno del Sismi – tanto da diventarne in brevissimo tempo il responsabile per il Nord-Italia – avrebbe provveduto poco prima del sequestro a rimuovere tutti i capicentro del servizio segreto nel Nord-Italia rimpiazzandoli con propri uomini fidati, disponibili a partecipare anche ad «attività non-ortodosse» (quali per l’appunto, un rapimento).
Così il Sog (Special Operation Group) entrato in azione quel 17 febbraio 2003 per rapire Abu Omar avrebbe avuto l’esplicito sostegno del Sismi, e ne avrebbe addirittura fatto parte un maresciallo dei Ros, Luciano Pironi (detto Ludwig) vicino al capoantenna della Cia a Milano, Robert Seldon Lady.
L’ordine di assecondare e agevolare il sequestro, in ogni caso, sarebbe venuto dall’alto, dallo stesso Pollari, il quale infatti figura nel registro degli indagati accanto al generale Gustavo Pignero (suo n. 2 all’epoca dei fatti) allo stesso Marco Mancini e ai 26 agenti Cia (tra i quali Seldon Lady e Castelli). Pollari ha ripetuto più volte di non potersi difendere, poiché per farlo sarebbe costretto a desecretare alcuni documenti coperti da segreto di stato. Ipotesi che ha ricevuto un inquietante bocciatura bipartisan, che va dai maggiorenti di Forza Italia al vicepresidente del consiglio Francesco Rutelli. Una dichiarazione di Fabrizio Ghioni, dirigente della sicurezza Telecom indagato nell’inchiesta parallela sulle intercettazioni Telecom, secondo le quale Mancini avrebbe ottenuto il via libera addirittura dall’ex-sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, getta un’ombra sinistra sulle possibili ragioni di questo rifiuto.
In ogni caso sotto accusa è tutta la gestione del Sismi degli ultimi anni, gli anni del tandem Pollari-Mancini Al troncone principale dell’inchiesta sul caso Abu Omar s’intrecciano infatti altre inchieste e altre vicende dai contorni sinistri. Come quella dell’ufficio di Via Nazionale, sorta di centrale organizzata del depistaggio in cui ai comandi dell’enigmatico Pio Pompa rispondevano addirittura alcuni giornalisti, come Renato Farina alias agente Betulla, il cui ruolo nel “ritardare” e confondere le indagini sul caso Abu Omar sarebbe stato tutt’altro che di secondo piano. O come la vicenda Nigergate (il finto dossier che avrebbe provato il possesso di armi nucleari da parte di Saddam Hussein, fabbricato, a quanto pare, proprio dagli 007 italiani). E ancora il caso Telekom Serbia (comprensivo dei vari Scaramella di turno), il già citato caso delle intercettazioni illegali in casa Telecom e poi tutta una serie di presunti allarmi terroristici sventati e subito rivendicati come grandi successi dei nostri servizi segreti ma sulla cui reale autencità in molti hanno espresso seri dubbi (si vedano il caso della sfuggente scuola di kamikaze scoperta a Milano e quello degli attentati ai giochi olimpici di Torino e alla stazione Centale di Milano).
Insomma, quello che si delinea è, senza grandi giri di parole, il quadro della più grave crisi di credibilità dei nostri servizi segreti dai tempi delle trame nere, dello stragismo e di Gladio. Una crisi alla quale il governo di centro-sinistra in carica ha risposto con un atteggiamento ondivago e ambiguo finendo addirittura per promuovere i personaggi sui quali gravano le accuse più serie (come Pollari divenuto nientemeno che consigliere di Stato, o Pio Pompa, finito a lavorare al ministero della Difesa).
Nella Spagna della deriva zapaterista (che come deriva è certamente sui generis visto il grande impegno profuso per la tutela dei diritti umani) un caso di extraordinary rendition similare ha fatto saltare il segreto di stato.
La revisione del segreto di stato è peraltro presente (insieme ad un’idea di riforma globale dei servizi segreti) anche a pag. 81 del programma dell’Unione. Ma in tempi di Prodi bis e tavole della legge imposte dall’alto finirà con buona probabilità nel dimenticatoio (ovviamente with a little help from Rossi&Turigliatto…)
Quanto poi alle implicazioni di tutto ciò sui nostri rapporti con il grande alleato a stelle e strisce, il discorso ci porterebbe lontano. Ci costringerebbe a riflettere su quella strana parola che più di ogni altra sembra aver avuto negli ultimi tempi interpretazioni contrastanti e slittamenti semantici: discontinuità.
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Per chi vuole saperne di più consiglio questi due articoli:
http://www.megachip.info/modules.php
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Un anti-americanismo assai strano quello che si è respirato ieri a Vicenza.
Non solo infatti non si è vista alcuna bandiera Usa data alle fiamme né si è udito alcuno slogan offensivo verso gli Stati Uniti, ma addirittura si sono scorte parecchie bandiere a stelle e strisce tra le mani degli stessi manifestanti – come dimostra la foto qui sotto – e alla fine del corteo diversi pacifisti americani sono stati invitati a parlare dal palco.
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Ora senza volontà di assolvere l’Italia per le sue non lievi colpe, siamo propri sicuri che la classifica sia attendibile?
L’Italia esce da un periodo di gravi attacchi alla libertà di stampa, cominciati con l’editto bulgaro di Berlusconi e culminati con i casi di censura sulla Rai della Guzzanti e di Paolo Rossi - quest’ultimo si vide censurare addirittura un testo di Tucidide solo perchè ai dirigenti Rai (che ovviamente non sapevano che si trattasse di un brano del celebre storiografo greco) parve un attacco all’ex-presidente del Consiglio…
Tuttavia questo giustifica il nostro posizionamento dopo paesi come
Andando a scavare si scopre infatti che quest’anno l’Italia si piazza peggio che negli anni scorsi: nel 2005 eravamo 77esimi, nel 2004 74esimi, e nel 2003 e 2002 - secondo un calcolo approssimativo (dal momento che, all’epoca, la chart era organizzata per raggruppamenti e non per posizioni vere e proprie) intorno alla 60esima posizione. Inutile ricordare che erano gli anni di Berlusconi e del siluramento dei vari Biagi-Luttazzi-Santoro, mentre ora in parlamento risiede una maggioranza di centro-sinistra e diversi dei “rimossi” del quinquennio 2001-2006 sono stati reintegrati – il che ovviamente non rende l’Italia un paese modello, ma perlomeno un po’ meno squallido che negli ultimi tempi.
Ma per
Forse una risposta la si può trovare andando ad analizzare più da vicino cos’è
Sorge allora il dubbio che
In quest’ottica allora, può aver pesato sulla cattiva considerazione dell’Italia la pur lieve discontinuità (Vicenza docet) esercitata sullo scacchiere internazionale dal governo Prodi, il quale ha fatto una vaga scelta di campo europeista, ha dato via ad un progetto multilaterale d’intervento in Libano e soprattutto - cosa intollerabile per gli Stati Uniti - si è astenuto nella diatriba per l’assegnazione del seggio Onu dell’America Latina.
Proprio l’America Latina infatti è una buona cartina di tornasole della scarsa imparzialità della classifica di Freedom House. Cuba per esempio è al quart’ultimo posto seguita solo da Libia, Turkmenistan e Nord Corea. Ora non ci sono dubbi che Cuba sia una dittatura e che sul suo territorio avvengano limitazioni della libertà di stampa abbastanza gravi. Detto questo però è oggettivamente improbabile poter considerare stati come
E ancora: il penultimo classificato dei paesi latinoamericani per Freedom House è il Venezuela, paese che risulta 152esimo, ben 24 posizioni più in basso della vicina Colombia e preceduto perfino da Haiti. Tutto questo malgrado nel
E’ abbastanza per destituire pressoché di ogni credibilità la classifica di Freedom House, caro Beppe Grillo?
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La questione della legittimità della pena di morte non si pone caso per caso e soprattutto riguarda la giustizia all’interno dei tribunali, non la vendetta, la faida, la lotta partigiana condotta fuori dalle aule di giustizia. Da non-violento inorridisco all’idea che Saddam potesse venire ucciso da un parente di una delle sue vittime sciite o curde. Da non-violento, non avrei mai voluto vedere Mussolini appeso in Piazzale Loreto, ma piuttosto in carcere per tutta la vita a riflettere sul suo abominio. Ma da cittadino so anche che la sua morte non l’ha imposta un tribunale, né uno stato, nè un’istituzione. La sua morte l’ha prodotta la decisione del singolo partigiano che l’ha ucciso, o quella dei componenti la cellula del Cln che ha deciso la sua uccisione. E qui sta la differenza. L’esecuzione a caldo non sancisce nulla, placa il desiderio di vendetta di molti, ma non legittima alcunché. La condanna a morte, inflitta da un giudice in un’aula di tribunale (di pace o marziale, legittimo o fantoccio che sia), legittima la più tremenda barbarie che la civiltà moderna può produrre: l’idea che lo stato possa farsi arbitro della vita e della morte delle persone. Qui sta la differenza tra l’uccisione del singolo e quella dello stato. E non c’entra il colore degli stracci. Qui risiede il discrimine tra barbarie e civiltà del diritto.
Ma dietro alla condanna di Saddam Hussein c’è anche altro, e l’assordante silenzio sulle vere ragioni della sua rapidissima esecuzione sorprende e non poco. Saddam infatti è stato condannato a morte per un massacro “minore” e “precoce”. Esattamente per la strage di 148 sciti nel
Eliminando subito Saddam si assolve allorac anche la rete di complicità internazionali che lo rese così forte ed in grado di essere il dittatore sanguinario che tutti abbiamo conosciuto. E anche qui, chi oggi plaude al cappio, non si poneva certo il problema negli anni ’80 quando Saddam era un comodo alleato. Ma in fondo non è tanto importante chiedersi oggi di che colore erano gli stracci che nei bui anni ’80 chiedevano che non venisse fabbricato in provetta un altro mostro come Bin Laden o Pinochet. Ma piuttosto adoperarsi perchè questo non succeda più.
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Una lettera che con buon probabilità non verrà pubblicata da «Diario». Anche perché, spero, non sarà l’unica lettera di “protesta” che la rivista milanese riceverà in risposta all’articolo del suo direttore.
Forse anche per questo – per paura che vada persa in mezzo alla corrispondenza di «Diario» e nessuno la legga mai - la pubblico qui.
Spero che questa deprecabile iniziativa sia tutta ascrivibile al solo Deaglio e non coinvolga l’intera redazione di «Diario». Sarebbe proprio un peccato. Perché prendere un’inchiesta preconfezionata da altri e considerarla aprioristicamente
Anche perchè i 3000 morti del World Trade Center meritano tutto tranne la nostra disattenzione e la nostra indifferenza.
Per incominciare a farvi un idea vi consiglio:
- il sito www.luogocomune.net che ha una bella sezione dedicata ai misteri dell'11 settembre.
- il film inchiesta di Massimo Mazzucco Inganno Globale, messo in rete da quei paladini dell'informazione libera che sono gli animatori di Arcoiris: www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=4838 .
- Se non avete problemi con l'inglese Loose Change, uno dei primi documentari sull'argomento (ancorchè non il migliore) -al link http://www.loosechange911.com/ - e il fondamentale sito www.patriotsquestion911.com (da lì poi ci sono link ad altri siti importanti americani sull'11 settembre).
- Se non l'avete già visto su Rai Tre a Report (unica televisione, in tutto il mondo, che lo abbia mai mandato in onda), Confronting the evidences il film prodotto da Jimmy Walter , che è ora possibile guardare in streaming direttamente dal sito di Report a questo link http://www.media.rai.it/mpmedia/0,,report%5E10616,00.html
Considerazioni sullo speciale di Deaglio sull'11 Settembre
Ma al di là di tutto ciò, quello che mi colpisce della ricostruzione di Deaglio è l’assenza di alcuni dettagli essenziali, che, ripeto, non giustificano l’idea di un auto-attentato, ma inficiano fortemente la versione ufficiale.
Cominciamo dal Pentagono. Nello speciale di Deaglio sono pubblicate alcune foto. Tuttavia Deaglio si è guardato bene dal pubblicare le prime foto, scattate prima del crollo della facciata, quelle famose in cui si vede il foro di 3 o
In quelle stesse foto si vede peraltro il prato antistante completamente a posto, senza alcuna traccia di scompiglio, cosa anch’essa palesamente inverosimile ipotizzando il fatto che a colpire il Pentagono sia stato un aereo commerciale pesantissimo e ingombrante che, oltretutto, per colpire l’edificio frontalmente, avrebbe dovuto volare rasoterra per qualche centinaio di metri. A ciò si aggiunge la difficoltà della manovra che un pilota dilettante (giudicato dal suo insegnante di volo incapace perfino di guidare un semplice Cessna!) avrebbe dovuto compiere, abbassandosi al suolo a meno di cinquecento metri di distanza dall’edificio – perché oltre c’è un cavalcavia dell’autostrada – e poi volando radente al terreno per centinaia di metri. Ricordo una tramissione di qualche mese fa su Rai Uno (dico Rai uno!) in cui i migliori ingenieri aeronautici dell’aviazione civile italiana - che non ritengo possano essere tacciati in alcun modo di “complottistismo” - affermavano che la manovra sarebbe stata impossibile anche per piloti espertissimi, a causa delle forti oscillazioni (anche di centinaia di metri) prodotte dalle più minime vibrazioni della cloche, quando si vola con aerei così grandi ad altezze così basse.
Ma soprattutto la domanda rispetto al Pentagono è una: se l’Fbi e
Passiamo alle Torri Gemelle. Deaglio sostiene la tesi del crollo a causa dell’elevata temperatura prodotta dagli incendi, superiore ai mille gradi. Al di là del fatto che fotografie termiche scattate nel periodo intercorso tra l’impatto degli aerei e il crollo delle torri rivelano una temperatura molto più bassa, come è possibile che persone che lavoravano ai piani superiori a quelli dell’impatto siano riuscite a ridiscendere le torri (rimaste in parte praticabili), se la temperatura era di mille gradi?
Qui mi fermo anche se le prove da citare sarebbero ancora molte (dalle tracce di esplosivi che alcuni scienziati hanno trovati nei resti delle torri, alle testimonianze di scoppi anche alla base degli edifici).
Ma aggiungo un altro elemento plateale che Deaglio non ha preso in considerazione. Vale a dire il fatto che ci sono circa cinquanta tra membri della Cia, dell’esercito e delle Fbi che hanno “parlato”, hanno denunciato omissioni ed insabbiamenti, hanno chiesto spiegazioni. Tutti costoro hanno pagato in qualche modo le conseguenze del loro coraggio (a volte anche con il licenziamento). Tutti i responsabili dei presunti “disguidi”, delle falle dei sistemi di sicurezza che avrebbero portato all’11 settembre, invece, sono ancora al loro posto, ed anzi molti di loro sono pure stati promossi.
Mi sembra francamente abbastanza, non per credere nel complotto, ma sicuramente per ritenere che la versione ufficiale sull’11 settembre sia falsa, e che l’amministrazione americana ci stia nascondendo molte cose.
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Una fedina penale lunghissima quella di Posada Carriles che conta, oltre ad un impressionante sequela di più o meno riusciti attentati sul suolo cubano, un tentativo, fortunamente sventato, di uccisione del presidente Castro in occasione di una conferenza a Panamà nel novembre 2000. Tentativo, per inciso, che se fosse andato in porto – essendo lo strumento prescelto una bomba di C4 da
Ora un giudice per l’immigrazione di El Paso, Texas – dove il settantasettenne terrorista ha riparato clandestinamente, forse stanco di una vita di stragi e delitti – ci dice che l’azzimato ex-agente della Cia, adesso di nazionalità venezuelana, non verrà estradato nel paese sudamericano per timore che lì possa essere torturato dalle autorità locali. E aggiunge il suo avvocato, che se nei 90 giorni di permanenza negli States concessigli dalla sentenza, nessuna richiesta di estradizione verrà accettata, il “buon uomo” potrà richiedere la cittadinanza americana e magari ricongiungersi ai parenti in Florida.
Stupisce questa sensibilità della giustizia a stelle e strisce per un eventuale pericolo tortura in un paese che, peraltro, non viene neppure segnalato, negli annuali rapporti di Amnesty International, tra quelli più a rischio. Stupisce soprattutto perché proviene da un paese accusato di tortura e violazioni dei diritti umani in ben 2 continenti (vedi Guantanamo ed Abu Grahib) e che non hai mai ratificato il Trattato Onu (del 2002) contro
E sorprende anche che nei civilissimi Stati Uniti, mai come ora impegnati in una “titanica” lotta contro il terrorismo internazionale, non venga mosso nemmeno un procedimento contro un individuo accusato di decine di atti terroristici.
Ma forse per un ex-agente della Cia si può fare questo e altro. E così di fronte a quest’ennesimo paradosso della giustizia Usa, verrebbe voglia di dire, parafrasando Orwell: “Tutti siamo uguali di fronte alla legge. Ma alcuni sono più uguali degli altri”.
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Se odi l'ipocrisia di chi "sta sempre con la ragione e mai col torto", se credi che la verità sia piu nei dubbi e nelle domande che non nelle risposte, se credi che non è tutto oro ciò che luccica e che questo non è il migliore dei mondi possibili, se aborri tutto cio che è trendy, fashion, glamour, se non hai "preso per buone le verità della televisione", se credi che "ognuno di noi da solo non vale nulla", se non ti sei ancora rassegnato, se odi le pacche sulle spalle e i sorrisetti di circostanza,se odi il cinismo, l'intolleranza e l'arroganza, se viaggi sempre in "direzione ostinata e contraria", se "i tuoi piedi sono il tuo solo bagaglio"...allora rilassati.....qui sei a casa!