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giovedì 17 aprile 2008

ITALIA E SPAGNA SEMPRE PIU' VICINE, GRAZIE A BERLUSCONI!

Riporto qui la bella Striscia Rossa dell’Unità di oggi sul nuovo e straordinario corso dato dal neo-premier, alle nostre relazioni diplomatiche con i cugini spagnoli. Grazie Silvio!

«Zapatero ha fatto un governo troppo rosa che noi non possiamo fare anche perché in Italia c’è una prevalenza di di uomini»
Silvio Berlusconi Radio Montecarlo 15 aprile


«Le parole di Berlusconi sono un’offesa. Lui non avrà mai questo problema, perché molte donne non vorrebbero lavorare con un politico che pensa questo delle donne. Noi in molte non entreremmo mai in un governo presieduto da Berlusconi»

Magdalena Alvarez ministro spagnolo delle Infrastrutture, 16 aprile


p.s. Tutto il governo sarà cosi? Facciamo le corna! (...anzi no, che a quello ci pensa già lui..tra l'altro proprio in Spagna...)

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giovedì 10 aprile 2008

PENSIERO DEBOLISSIMO

La notizia la conoscete tutti: Gianni Vattimo, il filosofo teorico del pensiero debole è da oggi il primo (e ancora unico fortunatamente!) firmatario di una petizione contro la protesta dei monaci buddisti in Tibet e – nello specifico - contro il presunto “attacco mediatico occidentale” mirante ad occultare (sic!) quanto realmente sta avvenendo in Cina. Attacco mediatico che – secondo l’appello – si configurerebbe come una «versione aggiornata del piano imperialista inglese contro la Cina».

Si potrebbe rispondere in tanti modi a queste affermazioni. Per esempio scomodando le denunce e le inchieste di associazioni per i diritti umani paludate e attendibili come “Amnesty International” o “Human rights Watch”.

Ma probabilmente non ne vale la pena. Forse la cosa migliore è porsi l’unico interrogativo sensato in questo frangente: qualcuno avrà avvertito il filosofo Vattimo che negli ultimi vent’anni la Cina, da autoritario regime comunista si è trasformata nel più rapace paese imperialista della terra, alfiere di un neoliberismo ancora più selvaggio di quello dei vituperati Stati Uniti?


p.s. Dimenticavo: tra le altre motivazioni anti-Tibet e pro-Cina addotte da Vattimo vi è il fatto che il Tibet sia un paese “teocratico” – ancorché democratico – dove l’autorità civile e quella religiosa non sono rigorosamente distinte. Nulla da eccepire: spero anche io che un futuro Tibet indipendente sia in grado di secolarizzarsi al più presto.
Ma Vattimo sarebbe disposto un domani a fare lo stesso discorso di fronte a un' ipotetica invasione statunitense della teocraticissima – e per nulla democratica – Repubblica islamica dell’Iran?

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sabato 15 marzo 2008

TIBET: VERSO UNA NUOVA "PIAZZA DELLE TRE CULTURE"?

Esattamente come fece quarant’anni fa, alla vigilia dei Giochi Olimpici di Città del Messico, il sanguinario governo di Diaz Ordaz con la violenta repressione di Piazza delle Tre Culture, così il governo cinese ha deciso oggi di fare un po’ di pulizia preventiva, reprimendo nel sangue le proteste tibetane – forte tra l’altro della recentissima decisione del governo statunitense di escludere il paese asiatico dal novero degli stati che, nel mondo, ledono i diritti umani. Ma in ogni caso gli sportivi non si preoccupino: come non vennero boicottate le Olimpiadi di Berlino ’36, né quelle messicane del ’68 e neppure i mondiali del ’78 nell’Argentina dilaniata da Videla & soci, così niente e nessuno fermerà il carrozzone di Pechino 2008 e i suoi molteplici giri d’affari. Lo spettacolo deve continuare. Anche se gronda sangue.

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lunedì 18 febbraio 2008

LA CULTURA SPAGNOLA SCENDE IN CAMPO PER ZAPATERO

E così la cultura spagnola si mobilita per Zapatero. Se da una parte - forse complice la discesa in campo massiccia della Conferenza episcopale iberica - sembra che il PP stia recuperando spazio sul PSOE, dall’altra un gruppo di artisti, intellettuali, e uomini di cultura in senso lato da vita alla PAZ, la Platoforma de Apoyo por Zapatero, con l’obbiettivo di influenzare il voto del prossimo 9 marzo in favore del presidente uscente..
C’è anche un inno, cantato da vari personaggi e composto su alcuni versi del grande poeta uruguayano Mario Benedetti (che forse come autore, come fa notare l’amico Tanoka, è un po’ più consistente di Andrea Vantini…)


Le idealizzazioni sono sempre fuorvianti e certamente Zapatero non è la panacea di tutti i mali, né per la Spagna, né per l’Europa, né tantomeno per la sinistra europea sempre più carente di idee e proposte forti. Ma in ogni caso vi immaginereste una cosa simile in Italia? Sarebbero subito spuntati fuori una Lucia Annunziata o un Capezzone qualsiasi a dire di stare attenti “perché così si favorisce Berlusconi”…

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mercoledì 13 febbraio 2008

LEZIONI D'INGLESE

Uso affermativo e negativo del verbo modale can. Esempi:

Yes, we can.


No, we can't.


Nella foto in alto il candidato alle primarie del Partito democratico americano, in costante ascesa dopo la vittoria anche negli stati del Maryland, della Virginia e del District of Columbia.

Nella foto in basso il leader del Pd Walter Veltroni, coraggiosamente deciso ad immolare il suo paese natale, l'Italia, ad un nuovo governo berlusconiano, per permetterle di "diventare finalmente un paese normale" e per consolidare il Partito Democratico come grande forza socialdemocratica europea (sul modello del Labour Party inglese di Tony Blair?).

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giovedì 24 gennaio 2008

UNA BRECCIA NEL MURO DELL'INGIUSTIZIA GLOBALE

lunedì 24 dicembre 2007

NIGERIA, PFIZER SOTTO ACCUSA PER ESPERIMENTI SUI BAMBINI

Continuano ad essere tutt’altro che idilliaci i rapporti tra le multinazionali occidentali e la Nigeria. Se da anni – dai tempi dell’uccisione di Ken Saro-Wiwa - imprese estrattrici come la Shell o la nostra Eni sono sul banco degli imputati per la loro politica poco trasparente rispetto ai diritti umani e alle questioni ambientali e se è di pochi giorni fa’ la notizia di un’accusa di corruzione miliardaria rivolta alla Siemens, un’altra vicenda dai contorni assolutamente sinistri rischia di passare sotto silenzio sui nostri media, dopo un qualche interesse iniziale. Si tratta del processo intentato da un tribunale dello stato di Kano, nei confronti della Pfizer, grande corporation americana del farmaco, accusata di aver utilizzato circa 200 bambini nigeriani come cavia, per la sperimentazione di propri farmaci.


La vicenda risale al 1996. Allora nel paese centrafricano scoppiò una gigantesca epidemia di meningite (ed in subordine altri gravi focolai di colera e morbillo). La Pfizer si recò volontariamente in Nigeria per assistere i bambini ammalati, nel quadro di un programma di emergenza lanciato dall’Oms. Tuttavia secondo le carte depositate dall’accusa il suo intervento non si limitò alla sola assistenza dei contagiati. La multinazionale avrebbe infatti selezionato 200 bambini e li avrebbe ospitati in apposite strutture alle quali potevano accedere solo i suoi dipendenti. Quindi li avrebbe suddivisi in due gruppi di 99 e 101 unità, somministrando ai primi un alto dosaggio di Trovan ed ai secondi un basso dosaggio di Ceftriaxone, ambedue farmaci allora in sperimentazione. Queste attività “altamente segrete” sarebbero state, secondo l’accusa, il vero movente dell’intervento della Pfizer in Nigeria e sarebbero alla base del decesso di 11 dei 200 bambini e dei danni permanenti (malformazioni, cecità, paralisi) subiti da gran parte degli altri.

Ora il tribunale di Kano chiede alla Pfizer un indennizzo di 2,7 miliardi di dollari, all’interno dei quali rientrano 25 milioni di dollari come rimborso per le spese sostenute dallo stato nigeriano per curare i bambini usati come cavia, 350 milioni di dollari per le spese in aiuto alle vittime e ulteriori 200 milioni per sradicare i pregiudizi che l’episodio ha causato tra la popolazione del paese. Proprio questa vicenda è infatti alla base del fallimento di alcune campagne di vaccinazione contro la poliomielite promosse dall’Oms negli ultimi anni – fenomeno tutt’altro che trascurabile se si considera che la Nigeria è il paese con la percentuale più alta di abitanti affetti da poliomielite di tutto il mondo. Va peraltro ricordato che il Trovan, uno dei due medicinali somministrati è bandito dalla Comunità europea e viene considerato pericoloso addirittura dalla stessa Food and Drug Amministration americana per la sua alta tossicità epatica e, pertanto, non somministrabile ai bambini.

Di fronte a queste pesantissime accuse la strategia di difesa scelta dalla multinazionale appare straordinariamente debole. La corporation continua a sostenere da una parte che i decessi sarebbero stati causati dalla meningite e non dai i farmaci (cosa che tuttavia è stato messa in discussione nel 2001 dal rapporto di un comitato di esperti pubblicato l’anno scorso dal Washington Post ) e dall’altra che comunque il protocollo della sperimentazione era conforme alla legge nigeriana. Come a dire, che se anche la Pfizer fosse responsabile dei crimini imputatigli, comunque non li avrebbe commessi “illegalmente”.
Il succitato rapporto del 2001 usa peraltro parole piuttosto franche e inequivocabili: parla di “sfruttamento dell’ignoranza” delle persone coinvolte e di “test illegale di un farmaco non registrato”, dal momento che il Trovan non era mai stato somministrato in precedenza a persone affette da meningite.

E’ proprio sulla base di questo dossier che alcune famiglie nigeriane presentarono nel 2001 a New York un’azione legale, denunciando il colosso farmaceutico per "trattamento crudele, inumano e degradante". Tuttavia il giudice non diede luogo a procedere sostenendo di non aver giurisdizione sulla materia.
Ora invece a Kano il processo si è finalmente messo in moto, malgrado il boicottaggio aperto della multinazionale, la quale è riuscita a rimandare la prima udienza di alcuni mesi (da luglio a ottobre) per vizi di forma.
Nel frattempo però la stessa Pfizer è finita nel mirino anche dello stesso governo nigeriano. Quest’ultimo lo scorso giugno, ha intentato causa alla multinazionale presso una Corte Federale di Abuja (la capitale del paese), chiedendo una cifra più di due volte superiore a quella richiesta dal tribunale di Kano: 7 miliardi. Le ragioni addotte dal governo sono le stesse così come uguale appare la strategia ostruzionistica della corporation: quest’ultima ha infatti presentato un’ingiunzione presso il tribunale di Lagos (seconda città della Nigeria) che di fatto impedisce alla polizia di portare in tribunali i funzionari della compagnia.
La corte Federale di Abuja ha cosi aggiornato il caso al prossimo 28 gennaio.

E’ difficile prevedere quale sarà l’esito dei due processi ed in particolare di quello intentato dal governo. Un verdetto di condanna della multinazionale potrebbe davvero configurarsi come un precedente storico e di certo la corporation americana farà di tutto per evitarlo. In ogni caso il danno di immagine subito non è certamente sottovalutabile e si auspica che almeno quest’ultimo possa davvero fungere da precedente e rafforzare la vigilanza sull’operato delle multinazionali occidentali nei paesi dell’Africa subsahariana.

Articolo scritto per la rivista on-line Fusi Orari

venerdì 14 dicembre 2007

E SE LO SCIOPERO DEGLI AUTOTRASPORTATORI CONTINUASSE TUTTI I GIORNI?

Anche se non ha paralizzato un paese come lo sciopero dei camionisti nel Cile di Allende, lo sciopero (o serrata?) dei giorni scorsi degli autotrasportatori ha causato i suoi buoni disagi. Impossibilità di far rifornimento di benzina, lunghe code, negozi senza merci, prodotti alimentari marciti per i ritardi, ecc…

Tutte cose scomparse nel giro di due giorni ma che hanno procurato i loro danni all’economia nostrana. E i loro fastidi alla popolazione.

Ma…riuscite a immaginare cosa sarebbe successo se fossero durati giorni, settimane, forse mesi? Per giorni le merci che non arrivano al supermercato, per giorni i prodotti alimentari che marciscono per i blocchi, per giorni le code che impediscono le consegne e i trasporti d’urgenza … Riuscite a immaginare, tutto questo? Riuscite a farlo? E se tutto questo da qualche parte esistesse?

Tutto questo da qualche parte esiste, eccome….

Nella striscia di Gaza. Esiste nei blocchi umilianti degli israeliani che impediscono ai palestinesi di raggiungere il lavoro, che non permettono alle merci di raggiungere i mercati, che fanno sì che i prodotti agricoli marciscano bloccati ai valichi dei territori…esiste nei morti che muoiono perchè qualcuno impedisce loro di arrivare in tempo all’ospedale, nel carburante che non arriva alle stazioni di rifornimento, nella pancia della gente che rischia la fame perché non le arriva farina, riso, pane…

E così si va avanti giorno dopo giorno mentre altrove si permette che qualche decina di risoluzioni Onu rimanga carta straccia chiusa in un armadio…

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venerdì 16 novembre 2007

"LIEVISSIME" PERPLESSITA' E DISTINGUO SULL'OPPORTUNITA' DI INDICARE GLI STATI UNITI D'AMERICA COME MODELLO PER IL BELPAESE

Ieri sera ad “Anno Zero” lo ha ripetuto anche Travaglio (che è un giornalista che stimo per il suo impegno e il suo concetto etico del giornalismo) : certe cose negli Stati Uniti non sono possibili. Gli Stati Uniti sono un paese serio: niente conflitti di interesse, niente intreccio tra politica ed affari, niente “anomalia italiana”. Insomma un modello.
Già proprio un modello.
Leggete questa notizia. L’ispettore generale del dipartimento di stato incaricato di investigare sulla Blackwater, la banda Muti dei nostri tempi, non investigava nulla perché suo fratello era nientemeno che un collaboratore della stessa Blackwater.

Un caso isolato vero? Già.
Probabilmente isolato come quello delle Halliburton di Dick Cheney, guardacaso azienda leader nel boom della ricostruzione in Iraq. O come quello dell’azienda di Rumsfeld che produsse millioni di vaccini contro l’aviaria per combattere un’epidemia che – stranamente – si scoprì poi essere sovradimensionata. Per non parlare dei legami a doppia filo della dinastia Bush con le lobby dei petrolieri e dei produttori di armi negli Usa: tutte casualità vero?
Oppure vogliamo ricordare l’ex ministro alla giustizia Alberto Gonzales? Quello che “si sceglieva” i procuratori? Al confronto Mastella è un dilettante...
Tutti casi isolati, variabili impazzite nella grande culla della democrazia, vero?

Di fronte a tutto questo posso indicare agli opinion-makers italiani (anche di sinistra), come Nanni Moretti in “Aprile”, altri modelli da seguire, che non siano né la Cina di Mao né l’America di Bush?


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domenica 7 ottobre 2007

IN PRINCIPO ERA IL VERBO. E IL NEOLIBERISMO ERA IL VERBO

Oggi ascoltavo con interesse l’intervista della sempre dannosa Lucia Annunziata al ministro Padoa Schioppa. Tra le tante domande inerenti alla neonata finanziaria, a un certo punto la solita fatidica domanda: “Cosa pensa di fare rispetto al problema più grave dell’Italia degli ultimi anni, la spesa pubblica”?


La maggiorparte dei telespettatori l’avrà sentita senza farci caso, come d’abitudine. A furia di sentirselo dire che la spesa pubblica è un problema, ormai ne siamo tutti convinti. La spesa pubblica è un problema. Ma la spesa pubblica è davvero un problema?

All’origine c’è la comunità europea che stabilisce il rapporto deficit/Pil non oltre il 3% - rapporto peraltro discutibile, ma soprasediamo. L’Italia è stata lungo al di sopra di questo rapporto. Ma ora le cifre parlano chiaro: l’Italia è all’ 1,7 nel rapporto deficit/Pil. E lo ha fatto senza ricorrere a (ulteriori) tagli della spesa pubblica, ma semplicemente ricorrendo a una vigorosa lotta all’evasione fiscale. Lo ha fatto attraverso l’extragettito. Obbiettivo raggiunto, tutti contenti, no? Invece no, perché la spesa pubblica non è stata tagliata.

Ogni paese dovrebbe avere il diritto di gestirsi i conti come meglio crede. Ci sono diversi modi di raggiungere un certo livello di bilancio. Riduzione della spesa certo, ma anche lotta agli sprechi, aumento delle imposte, recupero dell’evasione fiscale, ecc…Noi l’abbiamo raggiunto mettendo fine a una falla decennale: quella di un’evasione fiscale che era la più alta del mondo occidentale. Tutto a posto dunque, no? E invece no, bisognava tagliare la spesa pubblica.

Tagliare la spesa pubblica non è più una questione funzionale o meno a un progetto politico ed economico. E’ un dogma. E’ il dogma dell’unica vera grande religione che il mondo occidentale riconosca nell’era postmoderna in cui viviamo: il neoliberismo. E il taglio della spesa pubblica, la privatizzazione e l’esternalizzazione che ne consegue sono il cardine di ogni ricetta neoliberista. In realtà non sono assolutamente necessarie al recupero del rapporto deficit/Pil, come dimostra quanto avvenuto negli ultimi mesi. Ne è detto che aiutino il pareggio di bilancio, altro punto cardine del neoliberismo. Non parliamo poi del loro effetto sull’economia globale, sullo sviluppo, sulla diffusione della ricchezza.

Ma la questione è un’altra. Che importanza ha dimostrarne l’inutilità di una cosa quando ormai questa è assurta a dogma di fede, a verità rivelata? Si può forse dimostrare l’inutilità delle religioni, delle fedi? Possono valere le argomentazioni razionali nei confronti di dogmi inculcati nelle menti di centinaia di migliaia di inconsapevoli ed ossequienti fedeli sparsi ormai in tutto il mondo occidentale? Qualcuno può metter in discussione una religione?

Il taglio della spesa pubblica così come il neoliberismo non sono più una forma applicabile o meno da stati e governi. Sono diventati dopo anni di sermoni mediatici l’unica via possibile, l’unica soluzione, l’unica verità, per folle sempre più grandi. Non è più il tempo di “Nulla salus extra ecclesia”. Ora il nuovo verbo è “Nulla salus extra mercato”.

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venerdì 28 settembre 2007

BIRMANIA LIBERA!

lunedì 16 aprile 2007

TEMPI BUI PER I FAUTORI DELLO SCONTRO DI CIVILTA'

Brutte notizie per i teorici dello scontro di civiltà…L’altro ieri ad Ankara centinaia di migliaia di persone hanno sfilato per la laicità dello stato e contro la rielezione del premier filo-islamico Erdogan.


Con il dovuto senso del relativo fa sorridere che in Italia – dove è in atto parimenti una minaccia, seppur più blanda, alla laicità dello stato – non siano scese in piazza neanche un quinto delle persone presenti a quel corteo.

Davvero tempi bui quindi per chi continua a ripeterci che con “quelli là” non ci può essere dialogo, che sono tutti integralisti e che il mondo islamico in toto (quasi fosse il monolito di 2001 Odissea nello Spazio) è indietro di cinquecento anni rispetto a noi…

martedì 13 marzo 2007

ABU OMAR, UNO SCANDALO CHE NON FA ABBASTANZA SCANDALO

Ben due notizie nelle ultime settimane hanno riportato agli onori della cronaca il controverso caso Abu Omar. La prima, la più nota, è, il rifiuto del governo americano di concedere l’estradizione dei 26 agenti della Cia rinviati a giudizio dalla procura di Milano. Un rifiuto che non giunge certo inaspettato e non soltanto perché si inserisce in una consuetudine di rapporti tra dipartimento di stato americano e giustizia italiana - si vedano a proposito il caso Calipari e la tragedia del Cermis. Ma anche – e soprattutto - perché a Washington non è stata inoltrata alcuna richiesta ufficiale del governo italiano. Il non certo coraggioso ministro Mastella ha infatti deciso di non procedere ad alcuna rogatoria ufficiale, non dimostrandosi in questo molto diverso dal suo predecessore Castelli che non si pronunciò mai a favore del rientro in Italia del terrorista nero Delfo Zorzi.

La seconda notizia – più incoraggiante – è invece la presentazione al parlamento europeo di una relazione sulle extraordinary renditions, frutto del tenace lavoro del deputato diessino Claudio Fava. Questa relazione, approvata con una discreta maggioranza esprime una recisa condanna degli oltre 1245 voli “straordinari” decollati negli ultimi anni da e verso gli aeroporti di 12 stati europei. Voli che servivano a trasportare i presunti terroristi (molti dei quali presto scagionati) all’estero, a farsi interrogare in outsorcing, cioè per conto degli americani, ma lontano dagli Stati Uniti. In paesi come la Libia o l’Egitto nei quali, a quanto pare, l’”esportazione della democrazia” tanto cara agli Usa non è mai avvenuta completamente, ed è ancora possibile, all’occorrenza, torturare un po’ i detenuti.

Malgrado questa ripresa d’interesse dei media per il caso Abu Omar, è tuttavia probabile che non tutti conoscano a fondo i dettagli della vicenda. Ripercoriamoli brevemente. Il 17 febbraio del 2003 Abu Omar viene “prelevato” a Milano in via Guerzoni, a due passi dalla moschea di Viale Jenner. All’epoca, il cittadino egiziano ha 40 anni ed è in Italia addirittura come rifugiato politico, in quanto appartenente, nel suo paese, all’opposizione filo-integralista di Al Jama’a Al Islamica che gli Stati Uniti ritengono un braccio operativo di Al-Qaeda. Secondo il pm D’Ambruoso che all’epoca sta indagando su di lui per i sospetti di terrorismo, Abu Omar è avvicinato da un gruppo di 17 persone e caricato su un furgone bianco. Da qui viene trasportato alla base di Aviano, dove è interrogato e sottoposto a violenze. Poi tre diversi aerei lo portano in tre tappe al Cairo. Nella capitale egiziana gli viene proposto di lavorare come infiltrato per i servizi segreti americani. In questo modo potrebbe ritornare in Italia in 48 ore. Abu Omar ovviamente rifiuta e inizia allora per lui un periodo di torture durissime: viene sottoposto a rumori fortissimi che li provocano danni all’udito, viene rinchiuso in saune e celle frigorifere, viene appeso a testa in giù e gli vengono applicati elettrodi ai genitali. Poi il 20 aprile lo lasciano libero, ma intimandogli di non parlare con nessuno. Divieto che il prigioniero contravviene ritrovandosi così nuovamente in carcere dove rimarrà fino al febbraio di quest’anno.

La prima e più ovvia domanda che si pone rispetto a tutta questa vicenda è chi siano davvero gli autori del sequestro. In altre parole, la Cia ha agito da sola o ha trovato se non un aiuto concreto, perlomeno una sponda nei servizi segreti italiani? Non è un mistero per nessuno infatti che l’intelligence statunitense in questi anni abbia dato vita in numerosi paesi ai famigerati Ctic (Counter Terrorism Intelligence Centers) sorta di agenzie congiunte tra nuclei operativi degli Cia e servizi segreti stranieri, con l’obbiettivo di contrastare il terrorismo. A Parigi l’Alliance Base ha addirittura riunito in una sorta di multinazionale dello spionaggio agenti francesi, inglesi, australiani e canadesi. E non pochi analisti hanno messo in correlazione questi organismi con la politica delle extraordinary renditions. Anche in Italia è avvenuto qualcosa di simile?
Secondo gli inquirenti (il giudice D’Ambruoso prima e poi i procuratori aggiunti Spataro e Pomarici, succedutigli nel corso dell’inchiesta), il sequestro di Abu Omar sarebbe stato un progetto di Jeff Castelli, all’epoca responsabile Cia in Italia, il quale avrebbe trovato una sponda nell’ex capo del Sismi Niccolò Pollari, e nel suo braccio destro Marco Mancini - quest’ultimo è implicato anche in un’altra inchiesta che ha fatto scandalo negli ultimi tempi, quella sulle intercettazioni abusive in casa Telecom.
Secondo quanto emerso dalle indagini di Spataro e Pomarici, Mancini, uno spregiudicato ex-maresciallo dei carabinieri resosi protagonista di un’ascesa rapidissima all’interno del Sismi – tanto da diventarne in brevissimo tempo il responsabile per il Nord-Italia – avrebbe provveduto poco prima del sequestro a rimuovere tutti i capicentro del servizio segreto nel Nord-Italia rimpiazzandoli con propri uomini fidati, disponibili a partecipare anche ad «attività non-ortodosse» (quali per l’appunto, un rapimento).
Così il Sog (Special Operation Group) entrato in azione quel 17 febbraio 2003 per rapire Abu Omar avrebbe avuto l’esplicito sostegno del Sismi, e ne avrebbe addirittura fatto parte un maresciallo dei Ros, Luciano Pironi (detto Ludwig) vicino al capoantenna della Cia a Milano, Robert Seldon Lady.
L’ordine di assecondare e agevolare il sequestro, in ogni caso, sarebbe venuto dall’alto, dallo stesso Pollari, il quale infatti figura nel registro degli indagati accanto al generale Gustavo Pignero (suo n. 2 all’epoca dei fatti) allo stesso Marco Mancini e ai 26 agenti Cia (tra i quali Seldon Lady e Castelli). Pollari ha ripetuto più volte di non potersi difendere, poiché per farlo sarebbe costretto a desecretare alcuni documenti coperti da segreto di stato. Ipotesi che ha ricevuto un inquietante bocciatura bipartisan, che va dai maggiorenti di Forza Italia al vicepresidente del consiglio Francesco Rutelli. Una dichiarazione di Fabrizio Ghioni, dirigente della sicurezza Telecom indagato nell’inchiesta parallela sulle intercettazioni Telecom, secondo le quale Mancini avrebbe ottenuto il via libera addirittura dall’ex-sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta, getta un’ombra sinistra sulle possibili ragioni di questo rifiuto.
In ogni caso sotto accusa è tutta la gestione del Sismi degli ultimi anni, gli anni del tandem Pollari-Mancini Al troncone principale dell’inchiesta sul caso Abu Omar s’intrecciano infatti altre inchieste e altre vicende dai contorni sinistri. Come quella dell’ufficio di Via Nazionale, sorta di centrale organizzata del depistaggio in cui ai comandi dell’enigmatico Pio Pompa rispondevano addirittura alcuni giornalisti, come Renato Farina alias agente Betulla, il cui ruolo nel “ritardare” e confondere le indagini sul caso Abu Omar sarebbe stato tutt’altro che di secondo piano. O come la vicenda Nigergate (il finto dossier che avrebbe provato il possesso di armi nucleari da parte di Saddam Hussein, fabbricato, a quanto pare, proprio dagli 007 italiani). E ancora il caso Telekom Serbia (comprensivo dei vari Scaramella di turno), il già citato caso delle intercettazioni illegali in casa Telecom e poi tutta una serie di presunti allarmi terroristici sventati e subito rivendicati come grandi successi dei nostri servizi segreti ma sulla cui reale autencità in molti hanno espresso seri dubbi (si vedano il caso della sfuggente scuola di kamikaze scoperta a Milano e quello degli attentati ai giochi olimpici di Torino e alla stazione Centale di Milano).
Insomma, quello che si delinea è, senza grandi giri di parole, il quadro della più grave crisi di credibilità dei nostri servizi segreti dai tempi delle trame nere, dello stragismo e di Gladio. Una crisi alla quale il governo di centro-sinistra in carica ha risposto con un atteggiamento ondivago e ambiguo finendo addirittura per promuovere i personaggi sui quali gravano le accuse più serie (come Pollari divenuto nientemeno che consigliere di Stato, o Pio Pompa, finito a lavorare al ministero della Difesa).
Nella Spagna della deriva zapaterista (che come deriva è certamente sui generis visto il grande impegno profuso per la tutela dei diritti umani) un caso di extraordinary rendition similare ha fatto saltare il segreto di stato.
La revisione del segreto di stato è peraltro presente (insieme ad un’idea di riforma globale dei servizi segreti) anche a pag. 81 del programma dell’Unione. Ma in tempi di Prodi bis e tavole della legge imposte dall’alto finirà con buona probabilità nel dimenticatoio (ovviamente with a little help from Rossi&Turigliatto…)
Quanto poi alle implicazioni di tutto ciò sui nostri rapporti con il grande alleato a stelle e strisce, il discorso ci porterebbe lontano. Ci costringerebbe a riflettere su quella strana parola che più di ogni altra sembra aver avuto negli ultimi tempi interpretazioni contrastanti e slittamenti semantici: discontinuità.

(Articolo scritto per la rivista on-line Fusi Orari)

sabato 10 marzo 2007

8 MARZO A TEHRAN

Forse è così. Dell’Iran se ne parla solo quando fa comodo. Quando è utile per sostenere la politica del governo israeliano o di quello americano nella regione o, viceversa, per screditare quella del governo venezuelano – senza nulla togliere alla gravità delle posizioni negazioniste del presidente Ahmadinejad, ovviamente.
Degli studenti che protestavano contro il sedicente convegno storico sulla shoah lo scorso dicembre a quanto pare ce ne siamo dimenticati assai presto – né sorte migliore aveva avuto il grande movimento giovanile per la democrazia e la libertà d’espressione del 2003, quando al governo c’era ancora Khatami.
Allo stesso modo l’altro ieri non pare che i grandi mezzi di comunicazione abbiano deciso, nel solito tripudio di mimose a reti unificate, di volgere lo sguardo alla repubblica islamica governata da Ahmadinejead.
Nel giorno della festa della donna meglio presentare i soliti modelli di donne fintamente emancipate, rampanti e in carriera, magari detentrici di mascolini titoli sportivi…perché rovinarsi la festa con le brutte notizie in arrivo da Terhan, con la storia di un gruppo di attiviste femministe, arrestate per “attentato alla morale islamica” (sigh) e sbattute nel tremendo carcere di Evrin? …Meglio lasciar perdere. Non serve a lanciare anatemi in favore della lotta al terrorismo internazionale, né a rinfocolare la solita storia dello scontro di civiltà (anzi semmai il contrario, proprio perché dimostra che i paesi islamici non sono monolitici come si vuole fare credere, ma invece molto si muove al loro interno...) Quindi meglio lasciar perdere. E chissenefrega se queste donne lottano dal giugno scorso, nell’indifferenza generale, per il riconoscimento dei loro diritti più basilari, come quello al divorzio, alla possibilità di custodia dei figli, all’uguaglianza di fronte alla legge, all’abolizione della poligamia.
Non vogliono essere donne di successo, non vogliono stare al centro della scena, in ossequio ai nostri baluginanti modelli di vita occidentali, ma vogliono solo vedersi riconosciuti i propri diritti e la propria dignità. E quindi non c’interessano.

Per chi vuole saperne di più consiglio questi due articoli:

http://www.megachip.info/modules.php

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=64192

domenica 18 febbraio 2007

ANTI-AMERICANI

Parlando di Vicenza, il prode Berluscone ha definito la giornata di ieri assai «triste» perché - a suo dire - migliaia di persone avrebbero sfilato «contro gli Stati Uniti» e la sinistra italiana avrebbe dato un’ennesima prova del suo inveterato anti-americanismo.


Un anti-americanismo assai strano quello che si è respirato ieri a Vicenza.
Non solo infatti non si è vista alcuna bandiera Usa data alle fiamme né si è udito alcuno slogan offensivo verso gli Stati Uniti, ma addirittura si sono scorte parecchie bandiere a stelle e strisce tra le mani degli stessi manifestanti – come dimostra la foto qui sotto – e alla fine del corteo diversi pacifisti americani sono stati invitati a parlare dal palco.

Viene allora il dubbio che l’unico vero anti-americano in circolazione altri non sia che lo stesso Berlusconi, il quale si augura sanità e servizi scadenti per milioni di cittadini statunitensi, in cambio di una politica estera inutilmente bellicosa e del mantenimento di centinaia di basi militari.

venerdì 2 febbraio 2007

LE CLASSIFICHE STRAMPALATE DELLA FREEDOM HOUSE

Sul blog di Beppe Grillo, stamane, ho avuto modo di vedere finalmente la classifica annuale di Freedom House sulla libertà di stampa. Per il comico genovese è l’ennesima occasione per criticare giustamente lo stato della libertà d’informazione e satira del belpaese: l’Italia risulta infatti solo 79esima..

Ora senza volontà di assolvere l’Italia per le sue non lievi colpe, siamo propri sicuri che la classifica sia attendibile?

L’Italia esce da un periodo di gravi attacchi alla libertà di stampa, cominciati con l’editto bulgaro di Berlusconi e culminati con i casi di censura sulla Rai della Guzzanti e di Paolo Rossi - quest’ultimo si vide censurare addirittura un testo di Tucidide solo perchè ai dirigenti Rai (che ovviamente non sapevano che si trattasse di un brano del celebre storiografo greco) parve un attacco all’ex-presidente del Consiglio…

Tuttavia questo giustifica il nostro posizionamento dopo paesi come la Giamaica, il Benin o le isole Fiji (dove tra l’altro di recente c’è stato un colpo di stato?). Nutro seri dubbi al proposito.

Andando a scavare si scopre infatti che quest’anno l’Italia si piazza peggio che negli anni scorsi: nel 2005 eravamo 77esimi, nel 2004 74esimi, e nel 2003 e 2002 - secondo un calcolo approssimativo (dal momento che, all’epoca, la chart era organizzata per raggruppamenti e non per posizioni vere e proprie) intorno alla 60esima posizione. Inutile ricordare che erano gli anni di Berlusconi e del siluramento dei vari Biagi-Luttazzi-Santoro, mentre ora in parlamento risiede una maggioranza di centro-sinistra e diversi dei “rimossi” del quinquennio 2001-2006 sono stati reintegrati – il che ovviamente non rende l’Italia un paese modello, ma perlomeno un po’ meno squallido che negli ultimi tempi.

Ma per la Freedom House no. L’Italia sta peggiorando. Perché?

Forse una risposta la si può trovare andando ad analizzare più da vicino cos’è la Freedom House: nient’altro che un’organizzazione organica alla Cia e alla cricca neo-con che governa gli Stati Uniti da 7 anni a questa parte. Qualche prova? Il presidente della Freedom House è stato tra il 2003 e il 2006 nientemeno che l’ex direttore della Cia James Woolsey. All’interno del board of trustees della stessa figurano poi l’Ex-ambasciatore Usa Thomas Foley (direttore della commissione Trilateral) , l’ex ambasciatrice di Reagan all’Onu Jeane Kilkpatrick e la moglie di Negroponte, Diana Villiers; oltre a Malcom Forbes e David Nastro - a capo rispettivamente di Forbes magazine e della Morgan Stanley ( due istituzioni notoriamente impegnate nella difesa dei diritti umani…)

Sorge allora il dubbio che la Freedom House, più che alla diffusione della democrazia sul globo, sia interessata alla diffusione di capitale e interessi statunitensi. Soprattutto in considerazione del fatto che la classifica annuale di Freedom House viene poi solitamente utilizzata dal governo e dal congresso Usa per stabilire a quali paesi assegnare aiuti allo sviluppo e, più in generale, per impostare tutta la politica estera statunitense.

In quest’ottica allora, può aver pesato sulla cattiva considerazione dell’Italia la pur lieve discontinuità (Vicenza docet) esercitata sullo scacchiere internazionale dal governo Prodi, il quale ha fatto una vaga scelta di campo europeista, ha dato via ad un progetto multilaterale d’intervento in Libano e soprattutto - cosa intollerabile per gli Stati Uniti - si è astenuto nella diatriba per l’assegnazione del seggio Onu dell’America Latina.

Proprio l’America Latina infatti è una buona cartina di tornasole della scarsa imparzialità della classifica di Freedom House. Cuba per esempio è al quart’ultimo posto seguita solo da Libia, Turkmenistan e Nord Corea. Ora non ci sono dubbi che Cuba sia una dittatura e che sul suo territorio avvengano limitazioni della libertà di stampa abbastanza gravi. Detto questo però è oggettivamente improbabile poter considerare stati come la Birmania, la Cina o il Sudan più democratici e pluralisti di Cuba.

E ancora: il penultimo classificato dei paesi latinoamericani per Freedom House è il Venezuela, paese che risulta 152esimo, ben 24 posizioni più in basso della vicina Colombia e preceduto perfino da Haiti. Tutto questo malgrado nel 2006 in Colombia siano stati uccisi ben 9 giornalisti (in Venezuela solo uno), e la stampa sia costantemente sotto la minaccia dei paramilitari. In Venezuela invece più della metà della carta stampata e dei media conduce una continua campagna contro il presidente Chàvez (usando non di rado toni molto duri ed espressioni al limite dell’insulto) ed ha in passato sostenuto il golpe del 2002, senza tuttavia incappare in sanzioni o censure governative. Ma tutto questo per la Freedom House non conta, come evidentemente contano poco i 9 reporter uccisi in Messico nel corso dell’ultimo anno, dal momento che lo stato centroamericano può vantare senza problemi un immeritato 103esimo posto in classifica. Con buona pace di tutti gli “esportatori di democrazia” del mondo.

E’ abbastanza per destituire pressoché di ogni credibilità la classifica di Freedom House, caro Beppe Grillo?

P.S. Un ultimo utile esercizio: provate a tradurre (letteralmente) Freedom House in italiano…

giovedì 11 gennaio 2007

SADDAM E LA PENA DI MORTE

Pubblico qui un mio intervento relativo ad un dibattito, sul sito del giornale on-line Fusi Orari , riguardo all'impicaggione di Saddam Hussein e alla pena di morte in generale. Per comprendere meglio tutti i riferimenti, consiglio di leggere gli articoli che l'hanno preceduto (di Lorenzo Guzzetti e Davide Bessi) ai quali il mio pezzo risponde.
Buona lettura.

La condanna a morte del rais incancrenisce il conflitto in Iraq e rilancia il dibattito globale sulla pena capitale. Ma, dietro le quinte, fa comodo a qualcuno.

Anche Fusi Orari partecipa a quanto pare al rutilante dibattito sulla pena di morte che la barbara esecuzione, di Saddam Hussein ha provocato nel bel paese, con il solito contorno di nani e ballerine e talk-show spazzatura nei programmi domenicali. Visto che già altri si sono cimentati aggiungo anch’io un’ulteriore voce alla querelle che ha visto il provocatorio e (non me ne voglia) fuorviante articolo di Guzzetti e il sostanzialmente condivisibile (ma con qualche distinguo) articolo di Bessi.

La questione della legittimità della pena di morte non si pone caso per caso e soprattutto riguarda la giustizia all’interno dei tribunali, non la vendetta, la faida, la lotta partigiana condotta fuori dalle aule di giustizia. Da non-violento inorridisco all’idea che Saddam potesse venire ucciso da un parente di una delle sue vittime sciite o curde. Da non-violento, non avrei mai voluto vedere Mussolini appeso in Piazzale Loreto, ma piuttosto in carcere per tutta la vita a riflettere sul suo abominio. Ma da cittadino so anche che la sua morte non l’ha imposta un tribunale, né uno stato, nè un’istituzione. La sua morte l’ha prodotta la decisione del singolo partigiano che l’ha ucciso, o quella dei componenti la cellula del Cln che ha deciso la sua uccisione. E qui sta la differenza. L’esecuzione a caldo non sancisce nulla, placa il desiderio di vendetta di molti, ma non legittima alcunché. La condanna a morte, inflitta da un giudice in un’aula di tribunale (di pace o marziale, legittimo o fantoccio che sia), legittima la più tremenda barbarie che la civiltà moderna può produrre: l’idea che lo stato possa farsi arbitro della vita e della morte delle persone. Qui sta la differenza tra l’uccisione del singolo e quella dello stato. E non c’entra il colore degli stracci. Qui risiede il discrimine tra barbarie e civiltà del diritto.

Se questo è il quadro ideale ci sono anche considerazioni contingenti. Quando Mussolini venne ucciso in piazza e i gerarchi nazisti furono fucilati, i diritti umani erano una bella utopia lontana da venire. Ma negli ultimi decenni i diritti umani hanno fatto salti da gigante (con scarsa collaborazione e non si quanta gioia da parte degli stracci neri…) Un’altra Norimberga è antistorica anche per questo. Solo 10 anni fa i paesi con pena di morte vigente erano circa 90. Oggi sono poco più di 40. Lasciando da parte Nessuno Tocchi Caino e l’interesse intermittente per i diritti umani dei Radicali, da decenni altre associazioni (Amnesty in primis) lavorano capillarmente (e più efficacemente) per sradicare la pena di morte da tutto il pianeta. Esattamente come in molti altri campi (quello ambientale in primis) gli Stati Uniti - che si sono autonominati paladini della democrazia all over the world - non hanno in quest’ambito proprio nulla da insegnare e farebbero meglio a rileggersi le pagine del nostro Beccaria e dei maggiori pensatori dell’illuminismo europeo prima di candidarsi a rappresentare la democrazia sul pianeta.

Ma dietro alla condanna di Saddam Hussein c’è anche altro, e l’assordante silenzio sulle vere ragioni della sua rapidissima esecuzione sorprende e non poco. Saddam infatti è stato condannato a morte per un massacro “minore” e “precoce”. Esattamente per la strage di 148 sciti nel 1982 a Dujail. Ma la sua eliminazione fisica, ora, non permetterà la celebrazione dei processi per i ben più ingenti massacri compiuti contro i curdi negli anni successivi, tra il 1986 e il 1989. Proprio gli anni in cui l’ex-dittatore iracheno incassava l’appoggio sostanziale dell’amministrazione Reagan, che aveva provveduto qualche anno prima a eliminare il paese dalla lista degli allora “stati-canaglia”, per potergli offrire aiuti militari in funzione anti-iraniana – similmente al governo britannico e, in misura minore, ad altri stati occidentali.

Eliminando subito Saddam si assolve allorac anche la rete di complicità internazionali che lo rese così forte ed in grado di essere il dittatore sanguinario che tutti abbiamo conosciuto. E anche qui, chi oggi plaude al cappio, non si poneva certo il problema negli anni ’80 quando Saddam era un comodo alleato. Ma in fondo non è tanto importante chiedersi oggi di che colore erano gli stracci che nei bui anni ’80 chiedevano che non venisse fabbricato in provetta un altro mostro come Bin Laden o Pinochet. Ma piuttosto adoperarsi perchè questo non succeda più.

mercoledì 4 ottobre 2006

LETTERA APERTA A «DIARIO»

Approfitto del blog, fermo ormai da diversi mesi per pubblicare una lettera che ho scritto a «Diario» sabato scorso. Una lettera scritta di getto, in circa venti minuti, immediatamente dopo aver finito di leggere uno speciale di Enrico Deaglio (pubblicato sull’ultimo numero della rivista), dall’eloquente titolo Il complotto dell’11/9? Una boiata pazzesca.

Una lettera che con buon probabilità non verrà pubblicata da «Diario». Anche perché, spero, non sarà l’unica lettera di “protesta” che la rivista milanese riceverà in risposta all’articolo del suo direttore.

Forse anche per questo – per paura che vada persa in mezzo alla corrispondenza di «Diario» e nessuno la legga mai - la pubblico qui.

Che ci sia chi fa finta di non vedere, chi non vuole capire, chi non vuole sapere per paura o per disonestà, o semplicemente per il timore di perdere i propri punti di riferimento, di non riuscire più a distinguere i “buoni” dai “cattivi” è cosa che (purtroppo) non deve stupire. Ma un conto è se certe cose le scrive un giornale di destra - o al limite un giornale generalista come «Il corriere» o «La Repubblica». Un altro se le scrive «Diario», una rivista che ha sempre fatto del giornalismo d’inchiesta, libero e indipendentemente, la sua bandiera.

Spero che questa deprecabile iniziativa sia tutta ascrivibile al solo Deaglio e non coinvolga l’intera redazione di «Diario». Sarebbe proprio un peccato. Perché prendere un’inchiesta preconfezionata da altri e considerarla aprioristicamente la Verità – per quanto prestigiosa o competente possa esserne la fonte - è l’antitesi del giornalismo. E’ anche l’antitesi dell’intelligenza e dello spirito critico.

Sicuramente una tragedia come l’11 settembre è un avvenimento troppo complicato, troppo contadditorio per poterne accettare un'unica versione come Verità Assoluta. Se molti di noi sono arrivati alla convinzione che quello che ci è stata raccontato è falso, è perché hanno deciso di informarsi, di capire, di discernere leggendo ricostruzioni diverse, disparate. Perché hanno deciso di “non prendere per buone le verità della televisione” e di mettersi lì a guardare, a confrontare le testimonianze e le prove nella disperata ricerca di comprendere, di conoscere, di farsi un‘idea.

Anche perchè i 3000 morti del World Trade Center meritano tutto tranne la nostra disattenzione e la nostra indifferenza.

Per quanto mi riguarda, ho incominciato a diffidare della versione ufficiale dei fatti dell'11 Settembre, dopo aver letto il bel libro (regalatomi dal caro amico Diego) di Nafeez Mosaddeq Ahmed dal titolo Guerra alla libertà. A dispetto del nome Ahmed è uno studioso inglese dell' Institute for Policy Research & Development di Brighton, i cui testi sono utilizzati come materiale didattico perfino ad Harvard. Anche se il suo testo privilegia i retroscena politici del 11 Settembre, tuttavia la sua lettura è stato lo stimolo per interessarmi di più alla faccenda. Da allora ( circa un anno e mezzo fa) ho letto altre pubblicazioni e navigato parecchi siti che si occupano della questione.
Per incominciare a farvi un idea vi consiglio:

- il sito www.luogocomune.net che ha una bella sezione dedicata ai misteri dell'11 settembre.
- il film inchiesta di Massimo Mazzucco Inganno Globale, messo in rete da quei paladini dell'informazione libera che sono gli animatori di Arcoiris: www.arcoiris.tv/modules.php?name=Unique&id=4838 .
- Se non avete problemi con l'inglese Loose Change, uno dei primi documentari sull'argomento (ancorchè non il migliore) -al link http://www.loosechange911.com/ - e il fondamentale sito www.patriotsquestion911.com (da lì poi ci sono link ad altri siti importanti americani sull'11 settembre).
- Se non l'avete già visto su Rai Tre a Report (unica televisione, in tutto il mondo, che lo abbia mai mandato in onda), Confronting the evidences il film prodotto da Jimmy Walter , che è ora possibile guardare in streaming direttamente dal sito di Report a questo link http://www.media.rai.it/mpmedia/0,,report%5E10616,00.html



Considerazioni sullo speciale di Deaglio sull'11 Settembre


Caro Diario,

ho appena finito di leggere lo speciale di Enrico Deaglio sul 11 settembre e mi sento molto amareggiato. Sono abbonato alla vostra rivista da alcuni mesi, ma vi seguo e vi leggo da molto più tempo e vi ho sempre stimato per il vostro impegno per un’informazione libera, indipendente e rivolta solo all’accertamento della verità. Proprio per questo sono amareggiato dallo speciale di Deaglio – che è persona che stimo molto. Perché mi sembra rivolto solo a confutare delle tesi - quelle “complottiste” (che sono peraltro un universo molto variegato e per nulla riducibile ad unum) piuttosto che all’accertamento della verità. E per fare questo Deaglio si appoggia ad un’inchiesta quella di «Popular mechanichs» e la prende per oro colato. Confesso tranquillamente di non conoscere e non avere letto quell’inchiesta. Tuttavia ho letto diverse pubblicazioni e decine e decine di articoli sull’argomento (oltre ad aver visto parecchi documentari e filmati) e mi sono fatto una mia idea. Ma non prenderei mai nessuna di queste fonti, nemmeno la più prestigiosa per oro colato. Se oggi, cinque anni dopo l’11 settembre, credo che la versione ufficiale sia falsa, che sul Pentagono non sia caduto nessun Boeing e che le torri gemelle siano state demolite (che è peraltro cosa ben diversa dall’affermare che l’intero 11 settembre è un complotto o un auto-attentato) non è certo per merito di un’unica inchiesta, un’unica ricostruzione, un’unica fonte. Peraltro va aggiunto che negli Stati Uniti sostenere tesi affini a quella ufficiale è molto comodo, mentre a sostenere tesi “complottiste” si rischia l’ostracismo, l’ingiuria e la perdita del lavoro.

Ma al di là di tutto ciò, quello che mi colpisce della ricostruzione di Deaglio è l’assenza di alcuni dettagli essenziali, che, ripeto, non giustificano l’idea di un auto-attentato, ma inficiano fortemente la versione ufficiale.

Cominciamo dal Pentagono. Nello speciale di Deaglio sono pubblicate alcune foto. Tuttavia Deaglio si è guardato bene dal pubblicare le prime foto, scattate prima del crollo della facciata, quelle famose in cui si vede il foro di 3 o 4 metri. In esse si vedono le finestre dell’edificio, quasi tutte intatte. Se già appare inverosimile che un Boeing schiantandosi contro un edificio a 800 km all’ora si polverizzi, mi pare francamente impossibile pensare che lo spostamento d’aria e lo scossone portato alle mura dell’edificio dall’impatto non ne distrugga almeno i vetri.

In quelle stesse foto si vede peraltro il prato antistante completamente a posto, senza alcuna traccia di scompiglio, cosa anch’essa palesamente inverosimile ipotizzando il fatto che a colpire il Pentagono sia stato un aereo commerciale pesantissimo e ingombrante che, oltretutto, per colpire l’edificio frontalmente, avrebbe dovuto volare rasoterra per qualche centinaio di metri. A ciò si aggiunge la difficoltà della manovra che un pilota dilettante (giudicato dal suo insegnante di volo incapace perfino di guidare un semplice Cessna!) avrebbe dovuto compiere, abbassandosi al suolo a meno di cinquecento metri di distanza dall’edificio – perché oltre c’è un cavalcavia dell’autostrada – e poi volando radente al terreno per centinaia di metri. Ricordo una tramissione di qualche mese fa su Rai Uno (dico Rai uno!) in cui i migliori ingenieri aeronautici dell’aviazione civile italiana - che non ritengo possano essere tacciati in alcun modo di “complottistismo” - affermavano che la manovra sarebbe stata impossibile anche per piloti espertissimi, a causa delle forti oscillazioni (anche di centinaia di metri) prodotte dalle più minime vibrazioni della cloche, quando si vola con aerei così grandi ad altezze così basse.

Ma soprattutto la domanda rispetto al Pentagono è una: se l’Fbi e la Cia non hanno nulla da nascondere al proposito perché hanno fatto sparire lo stesso pomeriggio dell’attentato (e mai più mostrato) le registrazioni delle oltre 90 telecamere che sorvegliano il Pentagono, assieme a quelle del vicino svincolo autostradale e dell’antistante Hotel Sheraton?

Passiamo alle Torri Gemelle. Deaglio sostiene la tesi del crollo a causa dell’elevata temperatura prodotta dagli incendi, superiore ai mille gradi. Al di là del fatto che fotografie termiche scattate nel periodo intercorso tra l’impatto degli aerei e il crollo delle torri rivelano una temperatura molto più bassa, come è possibile che persone che lavoravano ai piani superiori a quelli dell’impatto siano riuscite a ridiscendere le torri (rimaste in parte praticabili), se la temperatura era di mille gradi?

Qui mi fermo anche se le prove da citare sarebbero ancora molte (dalle tracce di esplosivi che alcuni scienziati hanno trovati nei resti delle torri, alle testimonianze di scoppi anche alla base degli edifici).

Ma aggiungo un altro elemento plateale che Deaglio non ha preso in considerazione. Vale a dire il fatto che ci sono circa cinquanta tra membri della Cia, dell’esercito e delle Fbi che hanno “parlato”, hanno denunciato omissioni ed insabbiamenti, hanno chiesto spiegazioni. Tutti costoro hanno pagato in qualche modo le conseguenze del loro coraggio (a volte anche con il licenziamento). Tutti i responsabili dei presunti “disguidi”, delle falle dei sistemi di sicurezza che avrebbero portato all’11 settembre, invece, sono ancora al loro posto, ed anzi molti di loro sono pure stati promossi.

Mi sembra francamente abbastanza, non per credere nel complotto, ma sicuramente per ritenere che la versione ufficiale sull’11 settembre sia falsa, e che l’amministrazione americana ci stia nascondendo molte cose.

Francesco Zurlo

venerdì 30 settembre 2005

USA CONTRO LA TORTURA. DEGLI ALTRI.

La notizia: gli Stati Uniti non concederanno l’estradizione in Venezuela di Luis Posada Carriles. Quel Luis Posada Carriles che – per chi non lo conoscesse bene – è accusato di innumerevoli attentati terroristici, tra cui l’abbattimento nel 1976 di un aereo della Cubana de Aviacìon alle isole Barbados, con conseguente decesso di tutti e 73 i passageri.

Una fedina penale lunghissima quella di Posada Carriles che conta, oltre ad un impressionante sequela di più o meno riusciti attentati sul suolo cubano, un tentativo, fortunamente sventato, di uccisione del presidente Castro in occasione di una conferenza a Panamà nel novembre 2000. Tentativo, per inciso, che se fosse andato in porto – essendo lo strumento prescelto una bomba di C4 da 15 kg – avrebbe causato, oltre alla morte del controverso presidente cubano, anche quella di un altro centinaio di innocenti.

Ora un giudice per l’immigrazione di El Paso, Texas – dove il settantasettenne terrorista ha riparato clandestinamente, forse stanco di una vita di stragi e delitti – ci dice che l’azzimato ex-agente della Cia, adesso di nazionalità venezuelana, non verrà estradato nel paese sudamericano per timore che lì possa essere torturato dalle autorità locali. E aggiunge il suo avvocato, che se nei 90 giorni di permanenza negli States concessigli dalla sentenza, nessuna richiesta di estradizione verrà accettata, il “buon uomo” potrà richiedere la cittadinanza americana e magari ricongiungersi ai parenti in Florida.

Stupisce questa sensibilità della giustizia a stelle e strisce per un eventuale pericolo tortura in un paese che, peraltro, non viene neppure segnalato, negli annuali rapporti di Amnesty International, tra quelli più a rischio. Stupisce soprattutto perché proviene da un paese accusato di tortura e violazioni dei diritti umani in ben 2 continenti (vedi Guantanamo ed Abu Grahib) e che non hai mai ratificato il Trattato Onu (del 2002) contro la Tortura. Quello stesso Trattato a cui adesso, probabilmente, il solerte giudice di El Paso dice di appellarsi.

E sorprende anche che nei civilissimi Stati Uniti, mai come ora impegnati in una “titanica” lotta contro il terrorismo internazionale, non venga mosso nemmeno un procedimento contro un individuo accusato di decine di atti terroristici.

Ma forse per un ex-agente della Cia si può fare questo e altro. E così di fronte a quest’ennesimo paradosso della giustizia Usa, verrebbe voglia di dire, parafrasando Orwell: “Tutti siamo uguali di fronte alla legge. Ma alcuni sono più uguali degli altri”.

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