sabato 19 gennaio 2008

MESSICO, NUOVO ANNO TRA CENSURA E AUTORITARISMO

Tra palesi restrizioni della libertà d’informazione, lesioni ripetute dei diritti umani e leggi poliziesche, la deriva autoritaria del Messico di Calderón si fa sempre più preoccupante


Un nuovo gravissimo caso di censura arriva nei primi giorni del 2008 dal “nuovo” Messico delle frodi elettorali e delle polizie federali preventive di Felipe Calderón, confermando tutte le preoccupazioni sullo stato della libertà d’informazione del paese centroamericano.
La vittima è questa volta Carmen Aristegui, voce popolare della radio messicana e conduttrice del programma “Hoy por Hoy”, su W Radio, una delle emittenti di Televisa Radio, branca radiofonica del gruppo Televisa.
Nel corso della trasmissione dello scorso 4 gennaio, la Aristegui ha annunciato che, dopo 5 anni di lavoro, il gruppo ha deciso di non rinnovarle il contratto per il nuovo anno, per una non meglio precisata “incompatibilità editoriale”.
La Aristegui era (ed è) una voce libera (e scomoda) all’interno del sempre più asfittico e controllato panorama radiotelevisivo messicano. Nelle sue trasmissioni aveva affrontato tutti i temi più scottanti dell’attualità messicana degli ultimi anni (facilmente rimossi altrove): dai brogli elettorali alle ultime elezioni alla sistematica violazione dei diritti umani durante i fatti di Oaxaca, dalle denunce contro il cardinal Rivera per aver coperto dei sacerdoti accusati di pedofilia al caso Lydia Cacho (la giornalista arrestata arbitrariamente per aver denunciato una rete di sfruttamento di minori in cui erano coinvolti personaggi importanti) ed ancora le conseguenze della cosidetta “Ley Televisa”, la legge che ha favorito la concentrazione in pochissime mani dei mezzi d’informazione messicani. Proprio le prese di posizione della giornalista rispetto alle questioni attinenti il mondo dell’informazione sono state probabilmente il casus belli del suo licenziamento. In settembre infatti il parlamento messicano – pur tra mille ostacoli – ha approvato una riforma che priva i mezzi radiotelevisivi dalle entrate miliardarie provenienti dai contratti di propaganda politica durante le tornate elettorali – questione non peregrina, se, come pare, durante la campagna elettorale del 2006, furono trasmessi ottantamila spot al giorno a favore di Felipe Calderón. La Aristegui si era più volte dissociata da molti colleghi che criticavano la riforma, con lo spauracchio della perdita di risorse da parte delle emittenti radiotelevisive .Di qui probabilmente la sua cacciata
La questione non è tuttavia solo “messicana”. Televisa Radio è infatti in mano al 50% al gruppo spagnolo Prisa, gruppo editoriale che vanta in Europa una fama progressista per via della proprietà del giornale “El pais”, ma che si dimostra editore tutt’altro che indipendente o liberale dall’altro lato dell’Atlantico (dove ha interessi amplissimi dal Messico alla Bolivia, passando per Colombia e Cile). Secondo il presidente dell’Associazione messicana per il Diritto all’Informazione (AMEDI), l’ex-senatore Javier Corral Jurado (che certo non può essere accusato di faziosità essendo stato nella legislatura precedente senatore per il partito di governo del PAN) i dirigenti del gruppo editoriale spagnolo si sono dimostrati “miserabili e codardi come il peggiore degli impresari messicani […] hanno sacrificato la Aristegui perché i suoi contenuti editoriali scomodavano il potere di fatto. Questo conferma il carattere autoritario della struttura mediatica nel paese e nel mondo, alla quale non interessano nè gli operatori della comunicazione né il loro pubblico”.

La scelta illiberale del Gruppo Prisa s’iscrive infatti in una situazione di restrizione della libertà di stampa e di controllo dei media che rappresenta uno degli elementi più preoccupanti dell’involuzione autoritaria in atto da parte governo Calderón. Solo nel 2007 sono stati almeno 3 i giornalisti e operatori dell’informazione uccisi in Messico, mentre altri 84 hanno denunciato attacchi, intimidazioni e minacce. Se il paese centroamericano non ha ripetuto il funereo record dell’anno scorso (9 giornalisti ammazzati e 3 desaparecidos, seconda nazione più pericolosa in assoluto per gli operatori dell’informazione dopo l’Iraq), tuttavia il Messico continua a essere lo stato dell’America Latina in cui informare risulta più rischioso e difficile – insieme alla Colombia dei paramilitari e della guerra civile. E non solo per i giornalisti che mettono il naso negli affari dei narcos.
A destare particolarmente preoccupazione è la concentrazione dei media elettronici e radiotelevisivi in pochissime mani – sulla carta stampata esiste, fortunatamente, un po’ più di pluralismo. La cosiddetta “ley Televisa”, approvata in fretta e furia negli ultimi mesi della presidenza Fox, nell’aprile 2006, ha consegnato a costo zero, il novanta per cento delle frequenze al duopolio formato da Televisa e Tv Azteca, entrambe legate più o meno direttamente all’oficialismo del PAN - allo stato attuale 9 spettatori su 10 guardano i canali di Televisa e Tv Azteca, le quali controllano peraltro le principali emittenti radiofoniche del paese. Il tutto con un consenso più o meno unanime, dato che anche la maggioranza dei rappresentanti del PRD ha votato a suo tempo la “Ley Televisa”.

E parte del PRD è coinvolta anche in un’altra delle manovre (tra le più contestate degli ultimi tempi), che fanno gridare all’allarme democratico in Messico. Lo scorso dicembre dapprima la Camera e poi il Senato messicano (quest’ultimo con un paio di modifiche di poco conto) hanno approvato una riforma del sistema giudiziario che permette la perquisizione di abitazioni e l’arresto senza mandato, le intercettazioni e il fermo fino a 40 giorni di qualunque persona considerata sospetta. PAN e PRI hanno incassato i voti favorevoli di diversi esponenti del PRD per via dello stralcio all’ultimo momento di una norma che equiparava di fatto le mobilitazioni sociali al crimine organizzato. La riforma dovrà essere nuovamente ratificata dalla Camera in febbraio e non è ancora quindi definitiva – anche se difficilmente ci si potrà aspettare nuove modifiche - ma si tratta, secondo molti analisti e rappresentanti della sinistra messicana, di un’ulteriore passo verso l’instaurazione di un vero e proprio stato di polizia.

Il 2007 consegna peraltro un bilancio ben più che inquietante quanto alla situazione dei diritti umani in Messico. Come ha scritto Victor Ballinas su “La Jornada” dello scorso 27 dicembre, l’anno appena conclusosi può davvero essere archiviato come l’“año negro para los defensores de derechos humanos”: nel corso degli ultimi dodici mesi le aggressioni e le intimidazioni nei confronti degli attivisti per i diritti umani nel paese centroamericano sono continuate senza sosta e ad un ritmo impressionante. Anche organizzazioni celebri come il Ciepac (Centro di indagine economica e politiche di azione comunitaria) di San Cristobal de Las Casas o il Centro per i Diritti umani Fray Bartolomè de las Casas sono stati oggetto di gravi intimidazioni. Durante la sua visita in Messico, lo scorso aprile, Florentín Melèndez, presidente del CIDH (la Commissione Interamericana per i diritti umani) aveva sottolineato l’”allarmante indice d’impunità nei confronti dei difensori delle garanzie individuali” nel paese, accogliendo le denunce di molte organizzazioni per i diritti umani. Ciò nonostante la situazione nei mesi successivi non è affatto migliorata, ma anzi ha mostrato piuttosto un’ intensificazione dei casi di aggressione, intimidazione e in un paio di casi anche desapareción di attivisti, che ha fatto parlare a molti di un ritorno alla guerra sucia degli anni ’70.

Lo scorso ottobre il vescovo emerito di San Cristobal de las Casas, Samuel Ruiz (direttore dello stesso Centro Fray Bartolomè de las Casas) ha letto un comunicato sottoscritto dalla Red por la Paz (una rete che unisce 17 organizzazioni per i diritti umani) dai toni duri e inequivoci sui rischi di una deriva relativamente al rispetto dei diritti umani nello stato del Chiapas. Secondo Ruiz e la Red por la Paz durante il primo anno di governo di Calderón (e del governatore dello stato chiapaneco Sabines) i territori indigeni hanno subito una vera e propria offensiva, diretto risultato di “una strategia repressiva” che “implica azioni concordate tra i circa 80 accampamenti militari permanenti, le autorità locali, le istituzioni agrarie e i gruppi segnalati come paramilitari che si nascondono dietro le sigle d’organizzazioni contadine”. Una situazione molto grave, testimoniata da almeno dieci provati casi di minacce, sgomberi ed aggressioni. Una situazione che peraltro - sempre secondo la Red por la Paz - si inscrive in un più ampio “contesto nazionale, nel quale si è dispiegata un’ampia militarizzazione e una tendenza alla repressione di fronte ai processi organizzativi della società civile”

Se l’anno appena conclusosi non ha infatti visto la lunga scia di sangue che ha attraversato nell’anno precedente il paese (da Atenco a Oaxaca, passando per il Michoacán), tuttavia la politica della “mano dura” con la quale Calderón è andato al potere nel 2006 non sembra aver subito nessuna correzione di rotta. Questo malgrado i dati ufficiali riguardo la lotta alla criminalità – punto su cui il presidente del PAN aveva puntato tutto – non paiano mostrare alcun significativo miglioramento – nel corso degli ultimi dodici mesi si sono verificati infatti quasi 3000 omicidi. L’impressione – confermata dalle frequenti risposte repressive in diversi stati della confederazione (a partire da Oaxaca) in occasione di proteste e mobilitazioni – è quindi che il governo Calderón punti soprattutto a utilizzare la cosiddetta “mano dura” nei confronti dei movimenti, in un periodo in cui l’effervescenza sociale rischia di essere massima. Dalle ricadute dell’ampliamento del TLCAN, il trattato di Libero Commercio con Usa e Canada (con la completa liberalizzazione di prodotti agricoli come mais e fagioli) all’incremento stratosferico dei prezzi della tortilla dovuto alla “febbre dell’etanolo”, tutto sembra infatti concorrere ad un accrescimento delle tensioni sociali nel paese. E la risposta del governo centrale di fronte a tutto questo pare non essere altro che l’accentuazione di una linea autoritaria che, mentre allontana irreparabilmente il Messico dalla primavera democratica di molti altri paesi del Sudamerica, lo fa assomigliare, giorno dopo giorno, sempre più alla Russia di Putin.

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2 commenti:

AnnalisaM. ha detto...

Ottimo articolo, purtroppo non si parla mai abbastanza della deriva autoritaria che sta vivendo il Messico con Felipe Calderon.

Camminare domandando ha detto...

Non essendo il Messico considerato uno stato-canaglia nè facendo parte del rumsfeldiano asse latinoamericano del male nessuno se ne interessa. A questo serve la nostra (contro)informazione! F

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